Quest’anno è come l’anno di mille anni fa,
non sappiamo nulla,
non sappiamo nulla del declino,
delle città sprofondate, del vortice in cui sono affogati
cavalli e uomini.

Thomas Bernhard (1958)

I cimiteri dell’Europa sono la fotografia dell’Europa in negativo.

Karl Schlögel (2003)

1. Seppellire i nemici: i cimiteri tedeschi in terra straniera

Nel maggio 1945, alla fine del conflitto, sul corpo europeo rimangono le spoglie di milioni di vittime: soldati e civili, morti in battaglia, sotto ai bombardamenti delle città, nei campi di concentramento e sterminio. In questi «paesaggi contaminati» [Pollack 2016], se è possibile per gli alleati raccogliere i resti delle proprie truppe ed erigere cimiteri e monumenti, questa operazione è invece molto più complessa e delicata da parte tedesca, il cui esercito era colpevole di una guerra di aggressione e sterminio.

L’ente preposto a questo compito è il Volksbund Deutsche Kriegsgräberfürsorge (Vdk), l’associazione popolare tedesca per la cura delle tombe di guerra, creata nel 1919 per fare fronte all’enorme numero di caduti nel primo conflitto mondiale [1]. Di natura privata – sovvenzionato in parte da finanziamenti statali, ma anche da donazioni e sottoscrizioni pubbliche – il Vdk interviene per sostenere e integrare le azioni dello Stato volte alla cura delle spoglie e delle tombe dei soldati caduti, in particolare all’estero. Nato sotto la Repubblica di Weimar in un’ottica di pacificazione, il suo orientamento viene pesantemente influenzato durante gli anni del regime nazista: il culto dei caduti e dell’onore diviene uno degli elementi fondanti dell’ideologia; gli Heldenhaine, i boschi degli eroi, divengono Totenburgen, imponenti fortezze dei morti dove si celebrano i rituali plasmati dalla mistica gottgläubig, in cui i “credenti in Dio” sfidano le confessioni cristiane tradizionali, sostituendole [2].

Dopo il 1945 il compito del Vdk rimane analogo al periodo precedente in termini pratici (censimenti, esumazioni e traslazioni dei corpi, seguiti da progettazione, costruzione e infine manutenzione dei cimiteri), ma deve necessariamente mutare sul piano simbolico e politico. Se i cimiteri per la Grande Guerra sono ancora «un maestoso sfondo per gesti di riconciliazione storica» [Schlögel 2009, 216], quelli realizzati per i tedeschi caduti – nei paesi che hanno sofferto la loro brutale occupazione – sono spazi di silenzio, dove l’onore (Ehre) lascia spazio al riposo (Ruhe). Un silenzio che, tuttavia, non è solo quello richiesto dal rispetto dei caduti, ma è gravato dal peso della guerra di aggressione e occupazione, dal nazismo, dallo sterminio. Il peso di una colpa per elaborare la quale saranno necessari diversi decenni, e profonde e radicali mutazioni politiche e sociali. Le politiche commemorative del Vdk seguono queste trasformazioni con il passo lento di un ente “conservatore”: una delle sue missioni principali è la cura della relazione con le famiglie dei caduti, che faticano per lungo tempo nell’accettare il quadro del conflitto in cui erano morti i loro cari.

«Bombardati, e subito dopo il ragazzo era caduto. Era il destino che aveva colpito la famiglia, ed era la guerra» [Timm 2005, 31]. Con queste parole lo scrittore Uwe Timm descrive la percezione che i suoi genitori avevano della loro particolare esperienza di guerra: un’esperienza privata e allo stesso tempo pubblica, condivisa dalla maggior parte delle famiglie tedesche, tra città distrutte e figli morti. Negli anni Sessanta viene introdotta nelle commemorazioni ufficiali l’espressione Opfer von Krieg und Gewaltherrschaft (vittime della guerra e della tirannia): un modo, poi accesamente criticato, per tenere tutte le vittime insieme, senza effettuare distinzioni fondamentali tra chi sostenne il regime e chi lo subì [Mannitz 2010; Böttcher 2014].

Se questa è la situazione all’interno della Germania, all’estero alcuni paesi faticano a stipulare trattati bilaterali per la cura delle tombe di guerra; nei paesi dell’Est Europa sarà necessario attendere gli anni Novanta. In Italia, nell’immediato dopoguerra, l’unica attività concessa al Vdk è un censimento dei caduti e dei loro luoghi di sepoltura: si contarono 107.654 caduti, sepolti provvisoriamente in circa 4.000 luoghi [Urmson 2019, 34]. La loro cura è difficile e chi vi si reca in viaggio spesso riporta descrizioni di abbandono, con le croci in legno marcite, le iscrizioni con i nomi illeggibili o staccate [Froneberg 1969, 118].

Solo con l’accordo di Bonn, firmato nel 1955 e ratificato nel 1957, per la prima volta si sancisce la possibilità di costruire «cimiteri o sacrari» dedicati ai caduti tedeschi in Italia [L’accordo italo-tedesco 1957]. Nel 1956-1959 viene concluso il cantiere, abbandonato durante la guerra, del sacrario presso il Passo Pordoi ed è ampliato il cimitero militare di Bressanone-Varna, nel 1959 è inaugurato quello di Merano; seguono i cimiteri di Pomezia (1960), Cassino (1965), Motta Sant’Anastasia, nei pressi di Catania (1965), Costermano sul Garda (1967) e infine il cimitero del Passo della Futa (1969): con le sue 30.683 salme (ad oggi) [3], quest’ultimo luogo si configura come il più ampio cimitero militare tedesco in terra italiana, nel cuore della Linea Gotica e di quell’Appennino teatro della maggior parte delle stragi di civili compiute dall’esercito nazista.

Il presente saggio si propone di avviare una riflessione sulle forme di visita e viaggio che, dalla sua inaugurazione a oggi, il Cimitero militare germanico della Futa ha accolto [4]. Dai primi pellegrinaggi dei familiari, che attendevano da 25 anni un luogo dove commemorare i loro cari, ai viaggi di formazione giovanile, fino a un progressivo oblio e una recente riscoperta da parte italiana, per molti decenni indifferente se non ostile rispetto a questa ingombrante presenza del corpo del nemico e alla sua peculiare architettura, in rottura formale con gli schemi del passato.

2. Una nuova forma di Italienische Reise, tra commemorazione e ricerche familiari

28 giugno 1969, 14.15. Per la seconda volta in due giorni una lunga colonna di pullman esce dall’Autostrada del Sole a metà strada tra Bologna e Firenze. Mentre gli ultimi stanno lasciando il casello, altri stanno già scendendo il tornante di Roncobilaccio scalando le marce, salendo poi le prime strette curve del passo. La loro destinazione: la Futa, l’ampia cima a terrazze della vetta appenninica, alta quasi 1.000 metri, ultimo luogo di riposo per 30.658 caduti. Ancora due ore e poi migliaia di persone, riunendosi ai margini dei 72 campi di sepoltura, assisteranno alla consacrazione del più grande cimitero militare tedesco in Italia.

Hanno aspettato a lungo questo giorno, lo hanno desiderato, hanno contato i mesi e le settimane. Ora è giunto il momento. Mentre gli sguardi sul paesaggio colgono l’ampio panorama di una catena montuosa che si perde in orizzonti lontani, sperimentandone l’armonia e l’austerità, minacciose pareti di nuvole si alzano da Porretta e Pistoia. Oscurano la luce, intensificano i contorni ravvicinati. Tra le file di posti a sedere scattano le prime domande a mezza voce: il tempo reggerà? Un tremito sussurrato, un accordo minore di un’ora irripetibile. Così raggiungono l’ingresso del cimitero coloro per i quali nessun viaggio è stato troppo lungo per non essere presenti [Wien 1969, 134] [5].

Un freddo temporale estivo avvolge la cima della Futa durante l’inaugurazione del cimitero militare tedesco più grande d’Italia, l’ultimo a essere stato realizzato dopo una lunga fase costruttiva durata per tutti gli anni Sessanta. Sono passati quasi 25 anni dalla conclusione del conflitto, ma la partecipazione delle famiglie dei caduti è altissima [Wien 1969; Mancini 1969]. Migliaia di persone hanno aderito all’invito del Vdk che, a partire dall’aprile 1959 si è impegnato per coordinare le complesse e difficili operazioni di progettazione del grande cimitero collettivo della Futa, poi di cantiere e infine di traslazione delle salme dei caduti, prima raccolti in diverse migliaia di cimiteri provvisori sparsi in tutto il territorio attorno alla Linea Gotica, tra Emilia-Romagna, Toscana e Marche (in particolare nelle dieci province di Bologna, Firenze, Forlì, Lucca, Modena, Pesaro, Pisa, Pistoia, Ravenna e Reggio Emilia) [Urmson 2017; Urmson 2019, 28; Gentile 2019, 98].

Fig. 1. I pullman arrivano al Passo della Futa per l’inaugurazione del cimitero, 28 giugno 1969 [Wien 1969, 134]
Fig. 1. I pullman arrivano al Passo della Futa per l’inaugurazione del cimitero, 28 giugno 1969 [Wien 1969, 134]

Per raggiungere l’Appennino tra Bologna e Firenze sono stati organizzati pull­man da tutta la Germania ovest, ma alcuni hanno preferito scendere con auto private: ora questi mezzi affollano non solo il parcheggio antistante il cimitero, ma anche la strada provinciale. Alcuni sono venuti dall’Austria: sono 3.000 i soldati con quella nazionalità che hanno trovato qui sepoltura.

È diverso dal giorno prima. Ieri c’è stata l’emozione, l’essere presi dal confronto diretto con un piccolo quadrato di terra, un nome scolpito nella pietra, che un tempo significava tanto, spesso anche tutto. Si doveva fare i conti con l’irrevocabile riconoscimento che ciò che rimaneva del terreno è ora al sicuro qui. È passato un quarto di secolo o era solo ieri che si amava, si curava, si tremava, si piangeva? Domande che probabilmente si sono poste migliaia di persone e a cui si doveva rispondere una per una, ognuna per se stessa [Wien 1969, 135].

La cerimonia di inaugurazione è introdotta dagli inni nazionali suonati dall’Arma dei carabinieri, poi vengono tenute le orazioni funebri da un sacerdote cattolico e un pastore protestante, infine del presidente del Vdk, Walter Trepte. Sono presenti autorità sia nazionali che locali: l’ambasciatore di Germania, Rolf Lahr, in rappresentanza del Presidente della Repubblica Federale, il console di Firenze Herbert Behrend, un consigliere dell’ambasciata tedesca presso la Santa Sede. Fra le autorità italiane vi è l’onorevole Giuseppe Vedovato (Dc), il prefetto di Firenze Manfredi de Bernart, il generale di corpo d’armata Aldo Beolchini, commissario generale per le onoranze ai caduti in guerra, e Luciano Casini, sindaco del Comune di Firenzuola (FI), sul cui territorio è stato costruito il cimitero.

Nessun ministro, né italiano né tedesco: l’inaugurazione del più grande cimitero militare tedesco in terra italiana si svolge in tono minore a livello politico. Il timore di tensioni è forte: se per le famiglie tedesche 25 anni corrispondono a una lunga attesa per avere una sepoltura ufficiale per i loro cari, per la popolazione italiana, e in particolare quella dell’Appennino, così drammaticamente colpita dalla guerra – teatro della “ritirata aggressiva” tedesca, che ha causato diverse stragi di civili – sono passati “solo” 25 anni. La percezione del tempo, a seconda della qualità del lutto (e della violenza subita), può essere molto differente.

Fig. 2. Scatto dall’inaugurazione del cimitero, 28 giugno 1969 [Wien 1969, 137]
Fig. 2. Scatto dall’inaugurazione del cimitero, 28 giugno 1969 [Wien 1969, 137]

Anche per gli abitanti di Firenzuola, quella ingombrante e impegnativa presenza tedesca è difficile da accettare: all’arrivo delle delegazioni straniere alcuni manifestano con striscioni e cartelli il loro dissenso. Ma vedendo scendere dai pullman «mamme calate da lontano» la contestazione si quieta [Mancini 1969].

- “Mio marito giace lì. Fino a tre anni fa era disperso. L’ha trovato il Volksbund. Non sono mai riuscita ad andare alla sua tomba. Questa è la prima volta, per me è un funerale”. - “Vado a trovare mio fratello, anche a nome dei [nostri] genitori anziani. Vorrebbero tanto esserci, ma l’infermità della vecchiaia glielo impedisce. Sono con me nei loro pensieri e nelle loro preghiere”. - “Mio fratello ha sempre desiderato di poter vivere per vedere questo giorno. È morto quattro mesi fa, ma fino alla fine ha chiesto che un membro della famiglia si recasse al funerale del suo unico figlio, morto a 19 anni. Quindi lo faccio ora. Ho ottantacinque anni. È difficile”. - “Mio marito è sepolto lì. È la prima volta che vedo il suo luogo di riposo. Fino a cinque anni fa vivevo a Breslavia. Sono così grata di aver avuto l’opportunità di fare questa esperienza”. - “Vado a trovare il mio ragazzo. Anni fa, ci sono andata una volta, a Cervia. Ma voglio vedere dove lo metteranno a dormire per sempre. Sono malata e so che è l’ultima volta” [Wien 1969, 135].

Fig. 3.Scatto dall’inaugurazione del cimitero, 28 giugno 1969 [Wien 1969, 137]
Fig. 3.Scatto dall’inaugurazione del cimitero, 28 giugno 1969 [Wien 1969, 137]

Fino al 1969 i soldati tedeschi caduti lungo la Linea Gotica erano stati sepolti a volte in cimiteri locali loro dedicati – come nel caso di Cervia, che raccoglieva anche le spoglie dei soldati morti nell’Enklave Rimini, il campo di prigionia che tra il 1945 e il 1948 interessò diversi luoghi della riviera romagnola – ma anche in campi separati all’interno di cimiteri civili o alleati, oppure, più semplicemente, in tombe a terra, tra i campi e i pascoli [Froneberg 1969, 118-9; Dogliani 2009, 484].

Le esumazioni e traslazioni iniziano solo dopo la ratifica dell’accordo di Bonn nel 1957, quando il Vdk avvia l’opera di edificazione dei grandi cimiteri collettivi in Italia. Alla progettazione e realizzazione segue la funzione di cura, che si esplica nella manutenzione delle tombe, delle architetture e del verde, ma anche nella relazione con le famiglie dei caduti, che vengono informate dei ritrovamenti dei dispersi, dell’identificazione delle spoglie, della loro inumazione. Inoltre, il Vdk ha un ruolo fondamentale nell’organizzazione di veri e propri viaggi verso i cimiteri di guerra all’estero e nel dare supporto ai viaggiatori singoli, cui vengono fornite indicazioni «sull’esatta ubicazione delle tombe, informazioni sui cimiteri di guerra e un aiuto pratico nell’organizzazione» [Kolbe 2017, 73].

Fig. 4. Sepolture di soldati tedeschi nei pascoli di Zocca (MO) [Froneberg 1969, 119].
Fig. 4. Sepolture di soldati tedeschi nei pascoli di Zocca (MO) [Froneberg 1969, 119].

Nel 1927 sono organizzati i primi viaggi verso le sepolture tedesche della prima guerra mondiale, ma la massima partecipazione viene raggiunta nel secondo dopoguerra: soprattutto negli anni Sessanta, con l’inaugurazione dei cimiteri militari tedeschi in Europa occidentale. Sono più di 5.000 i viaggiatori che partono con il Vdk nel 1962, quasi 100 i viaggi organizzati nel 1965. Da quell’anno in poi il numero di partecipanti ai viaggi coordinati dal Vdk inizia a diminuire progressivamente. Le visite vengono organizzate da agenzie turistiche professionali, cui il dipartimento viaggi del Vdk fornisce consulenza su queste specifiche destinazioni.

Fig. 5. Il cimitero della Futa in una mappa del Vdk [Volantino di viaggio anni Settanta]
Fig. 5. Il cimitero della Futa in una mappa del Vdk [Volantino di viaggio anni Settanta]

Fig. 6. Una mappa dei cimiteri tedeschi in Italia [Italien 1969, 77]
Fig. 6. Una mappa dei cimiteri tedeschi in Italia [Italien 1969, 77]

Negli anni Ottanta i dati relativi a viaggi e viaggiatori si stabilizzano con un’oscillazione tra 1.000 e 2.000 partecipanti all’anno, per un numero di tour tra i 30 e i 50, per poi scendere ancora nel corso degli anni Duemila: nel 2015 hanno avuto luogo solo 17 viaggi per un totale di 550 partecipanti [Kolbe 2017, 76-8]. Si tratta di un calo fisiologico, dettato dal progressivo invecchiamento dei parenti diretti dei caduti. Eppure, i censimenti dei visitatori effettuati dal Vdk tra 1962 e il 1996, considerando cimiteri posti in Italia, Francia e Benelux, mostrano che il numero di cittadini tedeschi che hanno visitato questi siti di tombe di guerra all’estero «è rimasto relativamente costante nel corso dei decenni, intorno ai 300.000 all’anno»: una cifra che comprende non solo i partecipanti ai viaggi organizzati, ma anche i singoli viaggiatori [Kolbe 2017, 73]. Inoltre va considerato che, all’indebolimento del legame familiare si è affiancata, nella società tedesca, la progressiva riflessione critica sul passato, sull’adesione al nazismo, sulla violenza esercitata dall’esercito: forte impatto ha avuto nel 1995 la Wehrmachtsausstellung, la mostra – curata dall’Hamburger Institut für Sozialforschung – sui crimini commessi dall’esercito regolare sul fronte orientale, fino a quel momento considerati eccessi delle truppe dell’élite ideologica del regime, ovvero le SS. A partire dalla metà degli anni Novanta, il lutto si fa pian piano memoria, spesso difficile e pesante. Stabilire le reali quantità e statistiche dei visitatori è tuttavia molto difficile: benché i numeri siano riportati sui rapporti annuali del Vdk, essi derivano dai conteggi effettuati dal personale Vdk addetto alla cura dei cimiteri, presente solo in quelli maggiori e, di conseguenza, più frequentati [Kolbe 2017, 73, n. 12].

Per quello che riguarda l’Italia, l’inaugurazione del Cimitero militare germanico del Passo della Futa sembra costituire l’apice di un fenomeno che tenderà, negli anni successivi, a scemare. Tuttavia, i parenti non avevano atteso il suo completamento per andarlo a visitare:

Questi cimiteri militari dalle Alpi alla Sicilia sono sempre più visitati ogni anno dai turisti tedeschi e soprattutto dalla popolazione italiana. Negli anni 1967 e 1968 sono stati contati oltre 400.000 visitatori tedeschi e stranieri. Il solo cimitero di guerra sul Passo della Futa è stato visitato da oltre 100.000 persone ancora prima che fosse completato, dal 1967 alla fine di aprile 1969 [Apsen 1969, 115].

Allo stato attuale della ricerca, non è stato ancora possibile verificare le cifre riportate in questo articolo coevo. I numeri appaiono molto alti, ma testimoniano la forte attenzione per i soldati caduti presente nella società tedesca di allora. Stupisce invece l’evocazione di un’alta frequentazione da parte della popolazione italiana, che appare poco credibile: la memoria della violenza di guerra è estremamente pesante e la costruzione memoriale, imperniata sulla Resistenza, è concentrata sui propri luoghi di battaglia e le proprie vittime. I luoghi commemorativi dell’ex nemico, se non apertamente contestati, restano a lungo nell’oblio (vedi infra, par. 4).

Il racconto dei giorni dell’inaugurazione, pubblicato sulla rivista del Vdk, dà il resoconto dell’organizzazione di questi viaggi, che potremmo definire più che della memoria, come dei viaggi della commemorazione. «Pellegrinaggi» che divengono anche l’occasione per visitare le «innumerevoli bellezze» che circondano la Futa.

Ancora una volta i partecipanti a questo pellegrinaggio sono tornati qui. L’ultimo giorno prima di tornare a casa in Germania serve per dire addio. Ma prima di allora, la maggior parte aveva approfittato delle possibilità che questo viaggio aveva offerto loro in modo così ricco.

Alcuni sono andati a Firenze. La giornata è stata perfetta per ore e ore di visite turistiche nella Valle dell’Arno, per rivedere o conoscere innumerevoli bellezze. Anche i programmi di viaggio ricchi di contenuti e con tutte le buone intenzioni di dimostrare la ricchezza culturale possono avere le loro insidie – questo non è solo il caso dei viaggi del Volksbund. Ma si poteva vedere il duomo, il battistero, una parte degli Uffizi, vivere un’ora piacevole a Fiesole in mezzo a giardini fioriti. Altri sono stati attratti da Ravenna, dalle sue chiese mosaicate, dove il patrimonio della Roma orientale incontra quello del Settentrione e dell’Occidente come in nessun altro luogo. E in questi giorni, il termine “Volksbund” è stato un fattore inconfondibile anche a Bologna, luogo di alloggio dei gruppi di viaggiatori. Ci si incontrava ovunque, osservando e vagabondando per la città dei portici, straniera e bella [Wien 1969, 137-8].

Non si tratta, però, solo di momenti di svago. Da un lato, i luoghi visitati riecheggiano delle parole riportate nelle lettere dei soldati: «“È da qui che ha scritto per l’ultima volta... Qui trascorse ancora una breve licenza... Da qualche parte nelle vicinanze doveva esserci l’ospedale militare…”» [Wien 1969, 138]. Dall’altro, questi viaggi permettono ai familiari di conoscersi, di scambiare ricordi, completare racconti, spezzare silenzi e solitudini.

Durante l’ultima passeggiata attraverso il cimitero, coloro che erano venuti a portare un addio sono stati ancora una volta pellegrini nel vero, giusto senso della parola. Le ore precedenti la partenza definitiva avevano un loro carattere, non lasciavano nulla di incomprensibile, vivevano della malinconia di dover partire. In quei momenti si sarebbe stati timidi a tirar fuori una macchina fotografica dalla tasca – ci sono situazioni che vogliono vedere la loro dignità protetta da leggi non scritte. Questo vale anche per la parola.

Quello che rimaneva erano alcune candele tremolanti nel campo vuoto, i fiori e le corone, uno sguardo al memoriale ancora visibile in lontananza, il cartello stradale che indicava la cima, questa mano svettante che sembra afferrare il sole e le tempeste.

[Prima] ci si conosceva appena, solo qualcuno avrebbe potuto incontrare uno degli altri a un certo punto della vita. Pochi giorni sono stati sufficienti per cambiare le cose. Risalendo verso nord, i treni hanno riportato indietro una grande famiglia. Una comunità che ora ha trovato il tempo di scambiare esperienze, di mettere in ordine la ricchezza delle impressioni, di ripensare a ciò che aveva visto e sentito. Un tema importante ha dominato le conversazioni: il ringraziamento. Un ringraziamento che andrà oltre la stretta di mano, i saluti e gli ultimi cenni con la mano – questo è certo [Wien 1969, 138].

I viaggi organizzati dal Vdk hanno l’importante ruolo di condividere tra le famiglie l’esperienza del lutto di guerra, innescando forse l’inizio di una riflessione non più solo privata e individuale. «I viaggi ai cimiteri di guerra servivano non solo al lutto per i morti di guerra, ma avevano tre funzioni essenziali: rammemorativa, sociale e turistica» [Kolbe 2017, 70].

Fig. 7. Jugendbegegnungsstätte Futa-Pass/Campi della gioventù Passo della Futa [Volantino del Vdk, circa 2008]
Fig. 7. Jugendbegegnungsstätte Futa-Pass/Campi della gioventù Passo della Futa [Volantino del Vdk, circa 2008]

Parallelamente, a partire dagli anni Cinquanta i cimiteri di guerra ospitano iniziative che coinvolgono i giovani tedeschi, inizialmente in particolare i membri di associazioni cristiane protestanti, come il Cvjm (Christlicher Verein Junger Menschen, declinazione tedesca del Ymca – Young Men’s Christian Association), o cattoliche, come l’Opera Kolping. Si tratta di campi estivi, in cui i ragazzi vengono mandati nei cimiteri, in Germania e all’estero, per fare un lavoro di cura delle tombe [Böttcher 2018, 304-28; Ulrich, Fuhrmeister, Hettling e Kruse 2019, 424-7]. Successivamente, queste attività vengono gestite dalle varie articolazioni regionali del Vdk, inserite nel quadro del progetto Arbeit für den Frieden. Versöhnung über den Gräbern (Lavoro per la pace: riconciliazione sulle tombe): il motto venne coniato per la prima volta nel 1953 in occasione di un campo di lavoro per giovani tedeschi e fiamminghi tenutosi presso il cimitero di Lommel in Belgio [Böttcher 2014; Böttcher 2018, 314-6; Mulazzani 2020, 116]. La cura delle lapidi diventa anche occasione di confronto con la storia della Prima e della Seconda guerra mondiale, ma anche con temi del presente: attraverso una necessaria mediazione, questi luoghi divengono spazi per una possibile “educazione alla pace”. Nel 2001 il Vdk ha creato la Fondazione Gedenken und Frieden (Commemorazione e pace) per dare una prospettiva di più largo respiro a questi progetti educativi, che si concentrano in particolare sui cimiteri di Ysselsteyn (Olanda), Lommel (Belgio), Niederbronn (Francia), e su quello “interno” di Golm, sull’isola di Usedom (Meclemburgo-Pomerania, sul confine tedesco-polacco) [Mannitz 2010] [6].

Anche il cimitero della Futa ha ospitato i campi giovanili del Vdk, tuttavia negli ultimi anni non si sono più svolti. Fino alla metà degli anni Duemila all’ingresso del cimitero veniva diffuso un volantino in cui venivano descritte le attività di questi incontri per la gioventù: «I giovani vanno alla ricerca di tracce storiche, si confrontano con le conseguenze della guerra e della tirannia e vivono la storia in prima persona. Questo dovrebbe sensibilizzare i giovani al tema della violenza nella vita quotidiana e motivarli a lavorare per la pace» [7].

Ormai tre generazioni si sono susseguite nelle visite alle lapidi dei caduti tedeschi in Italia: i genitori, più madri che padri [Kolbe 2017, 79], poi mogli, sorelle, fratelli, figli, e infine nipoti. Nel recente graphic novel dal titolo Heimat. A German Family Album (2018), la scrittrice e illustratrice tedesco-americana Nora Krug racconta per immagini un intenso ricordo di famiglia: durante una delle tante vacanze in Italia durante gli anni Ottanta, tra musei e borghi medievali, l’auto si ferma davanti a «un grande cimitero militare». Mentre Nora, suo fratello e la madre attraversano «l’intero labirinto in perfetto silenzio», perdono di vista il padre, che si muove tra le lapidi con un pezzo di carta. «- Cosa cerchi? - Cerco mio fratello» [Krug 2019].

Figg. 8, 9, 10. Nora Krug ricorda la visita al cimitero al Passo della Futa con la sua famiglia, dove è sepolto lo zio paterno [Krug 2019]
Figg. 8, 9, 10. Nora Krug ricorda la visita al cimitero al Passo della Futa con la sua famiglia, dove è sepolto lo zio paterno [Krug 2019]

3. Un cimitero tedesco nel cuore della Linea Gotica

Il Soldatenfriedhof Futa Pass è in gran parte un «cimitero di giovani», facenti parte della 10ª e 14ª armata, caduti tra l’estate del 1944 e la primavera del 1945 [Gentile 2019, 124-7]. Il suo disegno architettonico è più peculiare rispetto agli altri cimiteri militari tedeschi in Italia: progettato dall’architetto tedesco Dieter Oesterlen (1911-1994), si articola come una gigantesca «spirale nel paesaggio» [Calandra di Roccolino 2019], una vera e propria opera d’architettura a scala paesaggistica che si appoggia sull’Appennino tosco-emiliano e diventa parte delle sue montagne.

Se Oesterlen è l’autore del progetto alla Futa, egli è tuttavia anche erede di una lunga tradizione di architettura funeraria e militare tedesca che ha le sue radici nei primi anni dopo la Grande Guerra. In particolare, la figura più influente nella costruzione dei cimiteri del Vdk è Robert Tischler (1885-1959), architetto capo dell’associazione dal 1926 al 1959, che coordina la direzione artistica e compositiva della quasi totalità dei cantieri [Fuhrmeister, 2017; Urmson 2018, 103-12]. Dal punto di vista del progetto dell’architettura e del paesaggio, i cimiteri militari tedeschi si possono dividere in tre generazioni che li caratterizzano per diverse impostazioni compositive e ambizioni retoriche. La prima, corrispondente ai primi anni dopo la Grande Guerra, vede la realizzazione di Heldenhaine, boschi degli eroi, ovvero campi di sepolture ricchi di alberi e vegetazione, al fine di ricreare un’atmosfera di sacralità intensamente legata agli elementi naturali [Mosse 2007, 90-101; Prost 2011, 148; Urmson 2019, 28; Mulazzani 2020, 7-37]. Tuttavia, con l’ascesa del nazismo cambiano i modelli e i loro significati: si afferma una tipologia definita come Totenburg, ovvero fortezza dei morti [Urmson 2018, 112-23; Mulazzani 2020, 37-67]. Si tratta di architetture compatte, in pietra naturale, che si ergono come castelli di retorica militare all’interno del paesaggio, di cui si possono vedere esempi ancora oggi, in Italia, il cimitero sul Pordoi, a Quero [Toneguzzi 2019] e a Pinzano – quest’ultimo di dimensioni colossali e incompiuto, abbandonato nel settembre 1943 [Urmson 2019, 28-32; Mulazzani 2019; Mulazzani 2020, 73-107].

Fig. 11. Il cimitero tedesco di Quero, 1936-1939; la Totenburg incompiuta di Pinzano, abbandonata dal 1943 [foto di Elena Pirazzoli, 2019-2020]
Fig. 11. Il cimitero tedesco di Quero, 1936-1939; la Totenburg incompiuta di Pinzano, abbandonata dal 1943 [foto di Elena Pirazzoli, 2019-2020]

Fig. 12. Il cimitero tedesco di Quero, 1936-1939; la Totenburg incompiuta di Pinzano, abbandonata dal 1943 [foto di Elena Pirazzoli, 2019-2020]
Fig. 12. Il cimitero tedesco di Quero, 1936-1939; la Totenburg incompiuta di Pinzano, abbandonata dal 1943 [foto di Elena Pirazzoli, 2019-2020]

Nel secondo dopoguerra, il Vdk è costretto a trovare nuove forme architettoniche per dare spazio alle sepolture dei propri caduti. Ciononostante, una certa continuità dell’operato dell’associazione e dei suoi dipendenti, in particolare di Tischler, manterrà costanti molti tratti compositivi e simbolici dei cimiteri di guerra già affermati negli anni Venti e Trenta: primo tra tutti i Kreuzgruppen, ovvero le croci in pietra raccolte in piccoli gruppi e collocate in precisi punti del cimitero, il cui scopo è quello di evitare una ripetizione monotona del simbolo cristiano su ogni lapide e al tempo stesso di esaltare il sentimento di cameratismo tra soldati [Urmson 2019, 10; Mulazzani 2020, 111-2; si veda un esempio di Kreuzgruppen nel Cimitero militare germanico di Merano in Mulazzani 2014, 30]. Tuttavia nel dopoguerra è ormai chiaro che la retorica grave e imponente della Totenburg non può più rappresentare la Germania dei vinti, che al contrario ricerca schemi architettonici e compositivi semplici, a contatto con la natura e il paesaggio, il più possibile privi di una simbologia militare e nostalgica. I cimiteri di Pomezia (1960) e Costermano sul Garda (1967) seguono queste nuove esigenze, sono progetti sobri e trasparenti in cui campi di lapidi in pietra si perdono nel verde. Il cimitero di Caira, vicino a Cassino (1965), si innalza su un rilievo terrazzato che osserva il paesaggio e si nasconde al suo interno. In cima nulla: né un monumento né un edificio, forse con l’intento di «evitare tutto ciò che potesse apparire enfatico o trionfalistico» [Urmson 2019, 41]. La particolare sobrietà degli interventi a Caira e a Costermano è inoltre dovuta al contributo dell’architetto Gerd Offenberg (1897-1987), che sostituisce Tischler dopo la morte improvvisa di quest’ultimo. Offenberg smorza gli elementi maggiormente monumentali e retorici proposti in precedenza da Tischler e instaura un dialogo intenso tra architettura e presenze scultoree [Mulazzani 2020, 150-4].

Fig. 13. Il cimitero tedesco a Cassino [Italien 1969, 76]
Fig. 13. Il cimitero tedesco a Cassino [Italien 1969, 76]

Fig. 14. Il cimitero di Costermano sul lago di Garda [foto di Sofia Nannini, 2020]
Fig. 14. Il cimitero di Costermano sul lago di Garda [foto di Sofia Nannini, 2020]

Il progetto di Oesterlen per il Passo della Futa si colloca in linea diretta con i cimiteri tedeschi inaugurati negli anni Sessanta in Italia, dal punto di vista simbolico, costruttivo e compositivo. Tuttavia, Oesterlen fa un passo in più e riesce ad abbracciare le attenzioni per il paesaggio, i dettagli materici della costruzione e il movimento dei visitatori in un unico gesto formale: un lungo muro di sostegno in pietra grezza che ha inizio nel patio d’ingresso e si conclude 2.000 metri dopo in cima alla collina. Il muro, all’inizio basso e ritmato da croci in pietra che emergono dalla sua superficie, cinge la collina e crea lo spazio per i campi con le lapidi. In sommità la sua altezza si distorce, allungandosi in uno sperone alto diciotto metri che sembra spezzarsi verso il cielo e che nasconde la cripta e la tomba collettiva [Böttcher 2018, 249-56; Calandra di Roccolino 2019, 61-3]. L’opera di Oesterlen è completata dalla collaborazione con scultori come Helmut Lander e Fritz Kühn – che realizzano rispettivamente il mosaico in pietra dello sperone e la corona di spina nella cripta – oltre che dalla consulenza per il paesaggio di Walter Rossow e Helmut Bournot, che insieme alla vegetazione inseriscono specchi d’acqua circolari a raccolta dell’acqua piovana [Urmson 2018, 332-49]. La spirale spezzata del cimitero, che abbraccia il paesaggio e al tempo stesso ne fa parte, non vuole glorificare la morte in guerra, ma al contrario rappresentare «un dialogo vigoroso e astratto, realizzato in modo scultoreo, tra natura e architettura» [Calandra di Roccolino 2019, 70]. Il risultato è un cimitero per i caduti ma anche un luogo di meditazione per chi lo attraversa, un’architettura che offre visuali sempre nuove e inaspettate e pone interrogativi senza dare risposte.

Fig. 15. Il Cimitero militare germanico al Passo della Futa: vista complessiva, dettaglio del muro di sostegno che corre attorno alle sepolture fino alla sommità, delle lapidi e degli specchi d’acqua [foto di Franco Guardascione]
Fig. 15. Il Cimitero militare germanico al Passo della Futa: vista complessiva, dettaglio del muro di sostegno che corre attorno alle sepolture fino alla sommità, delle lapidi e degli specchi d’acqua [foto di Franco Guardascione]

Fig. 16. Il Cimitero militare germanico al Passo della Futa: vista complessiva, dettaglio del muro di sostegno che corre attorno alle sepolture fino alla sommità, delle lapidi e degli specchi d’acqua [foto di Franco Guardascione]
Fig. 16. Il Cimitero militare germanico al Passo della Futa: vista complessiva, dettaglio del muro di sostegno che corre attorno alle sepolture fino alla sommità, delle lapidi e degli specchi d’acqua [foto di Franco Guardascione]

Fig. 17. Il Cimitero militare germanico al Passo della Futa: vista complessiva, dettaglio del muro di sostegno che corre attorno alle sepolture fino alla sommità, delle lapidi e degli specchi d’acqua [foto di Franco Guardascione]
Fig. 17. Il Cimitero militare germanico al Passo della Futa: vista complessiva, dettaglio del muro di sostegno che corre attorno alle sepolture fino alla sommità, delle lapidi e degli specchi d’acqua [foto di Franco Guardascione]

Fig. 18. Il Cimitero militare germanico al Passo della Futa: vista complessiva, dettaglio del muro di sostegno che corre attorno alle sepolture fino alla sommità, delle lapidi e degli specchi d’acqua [foto di Franco Guardascione]
Fig. 18. Il Cimitero militare germanico al Passo della Futa: vista complessiva, dettaglio del muro di sostegno che corre attorno alle sepolture fino alla sommità, delle lapidi e degli specchi d’acqua [foto di Franco Guardascione]

Fig. 19. Il Cimitero militare germanico al Passo della Futa: vista complessiva, dettaglio del muro di sostegno che corre attorno alle sepolture fino alla sommità, delle lapidi e degli specchi d’acqua [foto di Franco Guardascione]
Fig. 19. Il Cimitero militare germanico al Passo della Futa: vista complessiva, dettaglio del muro di sostegno che corre attorno alle sepolture fino alla sommità, delle lapidi e degli specchi d’acqua [foto di Franco Guardascione]

4. Dal silenzio alle parole: l’Italia riscopre il cimitero

A tutt’oggi il cimitero al Passo della Futa è visitato da numerosi cittadini stranieri e precise indicazioni stradali accompagnano la pagina dedicata sul sito del Vdk [8]. Il luogo fa ancora parte degli itinerari di memoria frequentati da cittadini tedeschi, seppur con minore frequenza rispetto agli anni successivi alla sua inaugurazione. Tuttavia la conoscenza del cimitero, e la conseguente scelta di visitarlo, appare limitata ai legami familiari o di peculiare interesse con quel momento della storia tedesca ed europea. Se da un lato, grazie al decennale lavoro del Vdk, conosciamo dati più o meno certi sul numero di visitatori provenienti dalla Germania, non disponiamo invece di informazioni precise sui visitatori italiani al cimitero. Anzi, il cimitero sembra essere caduto in una bolla di sospetto e indifferenza a partire dalla sua inaugurazione fino a circa un decennio fa. Il motivo ha sicuramente radici nel pesante carico storico di questo luogo, enclave della commemorazione tedesca in terra italiana, e proprio nello stesso territorio in cui si sono svolti i peggiori crimini di guerra da parte dell’esercito tedesco. Nel 1955, il sindaco di Bologna Giuseppe Dozza aveva rifiutato di accettare la costruzione del cimitero in una località vicina al capoluogo, proprio perché il ricordo delle stragi naziste era «troppo vivo nella coscienza pubblica» [Mulazzani 2020, 158]; anche i vescovi di Bologna e Firenze erano ostili alla sua realizzazione in quel territorio [Urmson 2019, 20].

Al tempo stesso il silenzio che ha circondato il cimitero deriva probabilmente anche dalla sua decennale assenza nel dibattito pubblico e nella letteratura di settore, ovvero quella architettonica e storica, che si intreccia alla marginalità del luogo rispetto a itinerari turistici e culturali.

Nonostante il progetto dell’architetto Oesterlen alla Futa sia una delle più evocative opere d’architettura funeraria del continente, il cimitero è stato raramente pubblicato su riviste di settore nei primi quarant’anni dall’inaugurazione. La ricerca di articoli e approfondimenti sul cimitero nella letteratura architettonica italiana e tedesca tra il 1969 e i primi anni Duemila ha restituito un numero sorprendentemente basso di risultati, se si considera sia la rilevanza dell’architetto Oesterlen nel panorama professionale in Germania, sia l’importanza della Futa quale maggiore tra i cimiteri tedeschi in Italia. Il progetto è pubblicato in Italia per la prima volta nel 1983, sulle pagine della rivista “L’Architettura. Cronache e Storia”, diretta da Bruno Zevi: il breve articolo rimanda alla rivista “Bauwelt”, che nel 1982 aveva pubblicato una relazione dei progettisti. Il ritardo con cui l’opera di Oesterlen alla Futa viene trattata dalla stampa architettonica italiana può dunque considerarsi in relazione al ritardo della stampa tedesca. Il cimitero risulta infatti lontano sia dall’Italia che dalla Germania: una lontananza politica ed emotiva dagli studiosi italiani, e una lontananza fisica dalla critica tedesca ne hanno ostacolato lo studio e la comparazione con opere analoghe nel dopoguerra [Nannini 2019, 88-91].

Un cimitero di nemici nel cuore della Linea Gotica, dove le ferite del secondo conflitto mondiale sono forse tra le più profonde, è stato nascosto da un sentimento di silenziosa rimozione che, per molti decenni, ha impedito la sua piena accettazione e conoscenza da parte del territorio che lo ospita. Incastonato tra le montagne, lontano da linee ferroviarie e ignorato dalle auto che corrono sull’A1, il cimitero è rimasto «alquanto estraneo alla scarsa popolazione locale e alle sue amministrazioni», visitato da pochi curiosi, spesso in motocicletta e «quasi sempre di passaggio» [Dogliani 2009, 484]. È importante tuttavia considerare una caratteristica che differenzia in modo sostanziale la posizione del cimitero della Futa nel dibattito pubblico, rispetto ad un suo analogo più tristemente noto: il cimitero di Costermano. Nonostante alla Futa siano sepolte alcune centinaia di militi della Waffen-SS, appartenenti alla divisione Reichsführer-SS e in parte alla divisione Leibstandarte Adolf Hitler [Gentile 2019, 126], il cimitero appenninico non risulta essere mai stato una meta rilevante di pellegrinaggi di stampo nostalgico verso i suoi caduti più controversi [9]. Al contrario, a partire dalla fine degli anni Ottanta il cimitero tedesco di Costermano è stato al centro di un acceso dibattito riguardante la presenza delle sepolture di alcuni criminali di guerra nazisti – in particolare Christian Wirth, Franz Reichleitner e Gottfried Schwarz –, i cui nomi erano presenti anche negli Ehrenbücher (libri d’onore) collocati nel cimitero. Le proteste da parte del governo italiano e del console generale della Repubblica Federale a Milano, Manfred Steinkühler, non hanno avuto riscontro fino a metà degli anni Duemila, a causa della posizione alquanto distaccata del Vdk nei confronti di una polemica che andava oltre la materiale costruzione e cura delle sepolture e i rapporti con i parenti dei caduti. Tuttavia, nel 2006 il Vdk ha approvato la rimozione dei nomi dei criminali dagli Ehrenbücher e del rango militare da ogni sepoltura; inoltre, all’ingresso del cimitero è stata apposta una targa esplicativa, in italiano, inglese e tedesco, riguardo alle controversie dei caduti sepolti all’interno del complesso [Steinkühler 1990; Sessi 2000; Sessi 2004; Wernstedt 2016; Nannini 2019].

Anche all’ingresso del cimitero della Futa vi è una targa in doppia lingua – italiano e tedesco – che riporta il regolamento del cimitero. Il punto quattro enuncia che «la pubblicità politica e commerciale non è conciliabile con la dignità del Cimitero. Non è permesso portare dei simboli anticostituzionali i quali sono proibiti in Italia e/o in Germania». È tuttavia rilevante notare che, nella versione italiana del testo, il termine «anticostituzionali» (verfassungsfeindlich, ovvero simboli legati al regime nazista o afferenti alla galassia neonazista) è stato cancellato con uno sfregio, indicando come sussista la possibilità di visite di matrice neofascista ancora non tracciate, tuttavia non germanofone [10].

Fig. 20. Targa esplicativa all’ingresso del cimitero di Costermano (in italiano, inglese e tedesco) [foto di Sofia Nannini, 2020]
Fig. 20. Targa esplicativa all’ingresso del cimitero di Costermano (in italiano, inglese e tedesco) [foto di Sofia Nannini, 2020]

Fig. 21. Regolamento del Cimitero militare germanico della Futa, versione italiana con il termine «anticostituzionali» cancellato [foto di Elena Pirazzoli, 2018]
Fig. 21. Regolamento del Cimitero militare germanico della Futa, versione italiana con il termine «anticostituzionali» cancellato [foto di Elena Pirazzoli, 2018]

Se le vicende legate al cimitero tedesco di Costermano hanno suscitato una grande eco sulla stampa negli ultimi decenni, la riscoperta, storica, culturale e turistica del cimitero della Futa è invece avvenuta solo di recente, e in particolar modo attraverso un fenomeno che può apparire estraneo rispetto al contesto: il teatro. Nell’agosto 2003, la compagnia teatrale Archivio Zeta ha messo in scena per la prima volta un proprio spettacolo tra la spirale di pietre che circonda le sepolture: I Persiani di Eschilo è stata la prima di molte tragedie che si sono tenute alla Futa in questi anni. Ogni estate, spettatori da una parte e dall’altra del versante appenninico sono saliti al Passo e hanno lentamente scoperto il cimitero e la sua storia. Questa riscoperta teatrale ha influito su un’inaspettata riscoperta critica: il progetto di Oesterlen è comparso su riviste come “Engramma”, che tratta di arte e tradizione classica, e su una delle più importanti riviste d’architettura italiane, “Casabella” – entrambi palcoscenici a scala nazionale per una rilettura storica e compositiva dell’opera [Calandra di Roccolino 2011; Collotti 2013]. Di recente è stato inoltre pubblicato un volume di storia e critica architettonica sui cimiteri militari tedeschi promossi dal Vdk, con un focus specifico su quelli costruiti in Italia e un’attenzione particolare al cimitero della Futa [Mulazzani 2020, 158-70].

Benché questa scelta di Archivio Zeta abbia inizialmente sollevato alcune perplessità e critiche [Dogliani 2009, 484-5], nel tempo il loro lavoro in questo luogo, consapevole del suo pesante carico storico, ha attirato l’attenzione di un pubblico desideroso di confrontarsi con tale complessità. Questa «scenografia di senso» [Pirazzoli 2019, 20] allo stesso tempo accoglie e informa, plasma il lavoro teatrale di Archivio Zeta, che ha sempre scelto di non tematizzare esplicitamente la Seconda guerra mondiale, ma lavorare sulla sua eredità traumatica attraverso le metafore della tragedia classica e moderna. Nell’estate 2018 la compagnia teatrale ha precisato la volontà di conoscere meglio la storia di questo luogo, coinvolgendo storici dell’arte e dell’architettura e storici contemporanei esperti del periodo dell’occupazione tedesca in Italia, con il ciclo di incontri Dialoghi in quota al Futa Pass, da cui è scaturito il primo volume monografico sul Cimitero militare germanico del Passo della Futa [Pirazzoli (ed.) 2019].

In parallelo all’attività teatrale di Archivio Zeta, negli ultimi anni un altro fenomeno ha accorciato la distanza tra il cimitero tedesco e il territorio e lo ha posizionato al centro di un itinerario turistico: il trekking Bologna-Firenze noto come Via degli Dei. Il percorso a tappe che conduce camminatori e ciclisti da un capoluogo all’altro è diventato un’attrazione turistica di grande notorietà, grazie alle numerose edizioni, in anni recenti, di guide come Il sentiero degli dei di Wu Ming 2, pubblicato nel 2010. Il cimitero di Oesterlen s’incontra a metà del cammino, nella terza tappa, tra Madonna dei Fornelli e Monte di Fò. Il passaggio dei camminatori al cimitero è con buona probabilità veloce e affaticato dai chilometri già percorsi; tuttavia non si tratta di un attraversamento indifferente al valore storico del luogo. Brevi descrizioni del cimitero si trovano nelle guide per camminatori e varie fonti on line dedicate alla Via degli Dei lo presentano infatti come una delle attrazioni principali e tra i “motivi” per intraprendere il sentiero [Carlesi 2017]. Infine, la riscoperta del cimitero è da considerarsi anche all’interno di una più generale rivalutazione dell’Appennino tosco-emiliano come parte delle “aree interne”, ovvero quei territori marginali e fragili del paese sui quali di recente si sono concentrati molti studiosi [De Rossi (ed.) 2018] e attori locali: in primis il festival di Lagolandia, organizzato da Articolture-Bottega Bologna dal 2014.

Spettacoli teatrali e trekking appenninici hanno colmato la distanza tra il cimitero e coloro che ne ignoravano l’esistenza, rompendo il muro di indifferenza che si era creato attorno al luogo e accettando lo spaesamento che le oltre 30.000 lapidi di soldati tedeschi generano nei visitatori. Una traccia effimera di chi percorre la spirale di Oesterlen si può trovare in vari hashtag su Instagram che sempre di più accompagnano fotografie del luogo e ne creano un catalogo virtuale, insieme a decine di recensioni presenti su piattaforme come Tripadvisor [11], segno che il cimitero è a tutti gli effetti entrato in una condivisa e riconosciuta mappa del territorio appenninico e della sua storia.

Fig. 22. I Persiani (2003) e Gli ultimi giorni dell’umanità (2014) di Archivio Zeta al Cimitero militare germanico del Passo della Futa [foto di Franco Guardascione]
Fig. 22. I Persiani (2003) e Gli ultimi giorni dell’umanità (2014) di Archivio Zeta al Cimitero militare germanico del Passo della Futa [foto di Franco Guardascione]

Fig. 23. I Persiani (2003) e Gli ultimi giorni dell’umanità (2014) di Archivio Zeta al Cimitero militare germanico del Passo della Futa [foto di Franco Guardascione]
Fig. 23. I Persiani (2003) e Gli ultimi giorni dell’umanità (2014) di Archivio Zeta al Cimitero militare germanico del Passo della Futa [foto di Franco Guardascione]

5. Da luogo di commemorazione e rimozione a luogo di “conversazione” con la storia

La definizione di Pierre Nora di «luogo della memoria» non è facilmente applicabile al Cimitero militare germanico del Passo della Futa, in quanto esso non sembra avere la forte natura simbolica e identitaria indice di quel paradigma storiografico. Luogo di memoria, e di storia, è invece l’intera Linea Gotica: luogo di battaglie, di passaggio del fronte, di guerra ai civili. Il cimitero appare posizionarsi invece come un luogo tra la commemorazione e l’oblio, che condensa su di sé ricordi, colpe e dolori dei vinti [Pirazzoli 2019, 16-7].

Se il Cimitero militare germanico al Passo della Futa è stato inaugurato in primo luogo come un cimitero per i parenti dei caduti, per dare forma a un lutto altrimenti immateriale, è diventato nel tempo anche una «porta d’accesso alla storia [...] che agevola il rapporto col passato» [Baldissara 2019, 167]. Nella conclusione della sua riflessione sul Cimitero Europa, Karl Schlögel scrive: «la storia è una forma di comunicazione transtemporale, un discorso tra le generazioni, un dialogo dei vivi con i morti. Non esiste luogo migliore per questo della quiete e la penombra dei cimiteri» [Schlögel 2009, 227].

Dopo cinquant’anni dall’inaugurazione e oltre settant’anni dalla fine del conflitto, si è forse giunti alla giusta distanza storica ed emotiva per iniziare un discorso tra le generazioni, ma anche una “conversazione” – etimologicamente “trovarsi insieme” – con questo luogo, andando oltre il dualismo vincitori-vinti e avvicinandosi alle memorie contenute all’interno del cimitero senza pregiudizi né rancore, senza «mania di giudizio» [Bloch 1998, 27] ma nel tentativo di comprendere. La presenza di questa architettura di pietra che si confonde con il paesaggio, nel cuore degli Appennini, riscopertasi vicina grazie a nuovi modi di viaggiare veicolati tramite la presenza di progetti teatrali o l’affermarsi di itinerari culturali, ha permesso un dialogo col passato per lungo tempo evitato o banalmente ignorato – un dialogo che è necessario coltivare, per comprendere meglio le cicatrici del territorio, la sua memoria e i silenzi dell’altro lato della storia.


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Risorse


Note

1. Sono recentemente usciti due volumi che raccolgono, in occasione del centenario dalla sua fondazione, la storia dell’ente, le sue trasformazioni e le prospettive di nuovo corso: si vedano Böttcher 2018 e Ulrich, Fuhrmeister, Hettling e Kruse 2019.

2. Si veda, ad esempio, l’iconografia della Totenburg di Quero (BL), in cui le effigi di dodici soldati circondano l’altare con sopra incisi i nomi dei caduti.

3. Erano 30.658 all’inaugurazione, cui si sono aggiunte nel tempo altre spoglie ritrovate successivamente.

4. Nel corso dell’anno 2020, a causa della presente emergenza pandemica mondiale, non è stato possibile accedere agli archivi tedeschi, né tantomeno a quelli italiani. Per tale motivo questo saggio costituisce l’avvio di una ricerca che si spera di poter approfondire successivamente.

5. Laddove non altrimenti indicato, le traduzioni dal tedesco si intendono effettuate da Elena Pirazzoli.

6. https://www.gedenkenundfrieden.de/, ultimo accesso 25 gennaio 2021.

7. Jugendbegegnungsstätte Futa-Pass, volantino del Vdk, circa 2008.

8. Futa-Pass. Kriegsgräberstätten, Orte der Erinnerung, des Gedenkens und des Lernens, https://kriegsgraeberstaetten.volksbund.de/friedhof/futa-pass, ultimo accesso 4 ottobre 2020.

9. Questa affermazione deriva da una ricerca svolta nel 2018-2019 sugli archivi dei quotidiani “La Stampa”, “Corriere della Sera” e “Il Resto del Carlino”. Dal 1969 in avanti, il cimitero della Futa viene raramente citato in articoli a scala nazionale, e mai in riferimento a celebrazioni politiche di stampo neonazista. Si veda: Nannini 2019.

10. Sul web sono rare le tracce che esplicitano visite al cimitero della Futa da parte dei gruppi neonazisti. Un esempio si può trovare a questo link: https://storiedimenticate.wordpress.com/2014/04/10/la-comunita-militante-dei-dodici-raggi-tra-adolf-hitler-e-cimiteri-germanici/, ultimo accesso 25 gennaio 2021.

11. https://www.tripadvisor.it/Attraction_Review-g1078183-d4702542-Reviews-Cimitero_Militare_Germanico-Firenzuola_Tuscany.html, ultimo accesso 25 gennaio 2021.