1. Premessa

In un’importante recente pubblicazione dedicata alla passione sportiva in Italia Daniele Marchesini e Stefano Pivato [2022] hanno consacrato un intero capitolo, prendendo spunto dalla celebre opera curata da Pierre Nora [1984; 1986; 1992], ai luoghi della memoria dello sport. Nel loro percorso, che parte dalle tombe dei campioni per proseguire con le lapidi, le scritte, gli stadi e i musei, non poteva mancare un paragrafo sui monumenti agli eroi dello sport. Anche perché, sulla scia delle riflessioni provenienti da Oltralpe, in Italia si è ormai affermata un’ampia letteratura dedicata ai monumenti volta a storicizzare i significati assunti nelle diverse epoche dal momento della loro erezione, la loro funzione pubblica e il loro ruolo in quel “grande campo di battaglia” che è la memoria [Galmozzi 1986; Isnenghi 1996-1997; Vidotto, Tobia, Brice 1998; Finocchi 1999; Passerini 2003; Dogliani 2006; Labanca 2010]. Nel testo di Marchesini e Pivato, però, oltre a numerosi esempi di monumenti dedicati a sportivi eretti soprattutto nel mondo anglosassone e scandinavo, gli unici cenni all’Italia riguardano i simulacri di Coppi e di Bartali sul Pordoi, sul Rolle e al motovelodromo di Torino, le statue di Pantani a Montecampione e Imola, quella del wrestler italo-americano Bruno Sammartino a Pizzoferrato e il monumento a Enzo Ferrari a Maranello [Marchesini, Pivato 2022, 122-128]. Ciò è dovuto anche al fatto che, se per quel che riguarda il passato sportivo il tema della memoria sta cominciando ad essere oggetto di studi da parte degli storici [Sbetti, Serapiglia 2020; Pivato, Pivato 2021; Il caso Bartali 2021], sinora si è avuta invece scarsa attenzione ai non particolarmente numerosi monumenti dedicati agli sportivi italiani. Secondo From Pitch to Plinth. The Sporting Statues Project [1] che propone una mappatura delle statue riferite al calcio nel mondo, in Italia ce ne sarebbero sei, di cui solo una, quella a Milano di Nereo Rocco, intitolata a un personaggio realmente esistito, mentre la statua posizionata ai piedi della curva Fiesole dello stadio Franchi di Firenze, dedicata nel 1995 a Gabriel Batistuta, è andata distrutta intorno al 2000 a seguito del passaggio dell’attaccante argentino alla Roma [2]. Se però dal calcio si allarga lo sguardo agli altri sport, negli ultimi trent’anni il numero dei monumenti che omaggiano degli atleti è cresciuto esponenzialmente, senza che questo abbia portato gli storici ad interrogarsi sul loro significato e sulla loro funzione, come invece sembra avvenire con maggiore costanza all’estero e in particolare nel mondo anglosassone [Osmond 2010; Smith 2012; Huggins 2015], dove peraltro esiste una ben più solida tradizione di statue sportive.

Questo lavoro, pur segnalando la penuria di questo tipo studi, non vuole proporre una riflessione generale sul senso dei monumenti sportivi in Italia, ma si concentrerà su tre particolari casi di studio presenti nella regione Emilia-Romagna. Nello specifico si ricostruiranno la genesi, la funzione e la ricezione da parte del pubblico delle statue dedicate a Dorando Pietri a Carpi, ad Ayrton Senna a Imola e a Marco Pantani a Cesenatico e a Imola [3].

2. La statua di Dorando Pietri a Carpi

2.1. Il primo campione italiano

L’immagine di Dorando Pietri che il 24 luglio 1908 si immette stremato e barcollante sulla pista del White City Stadium di Londra e che, dopo essere collassato più volte, taglia per primo il traguardo della maratona olimpica sorretto dai giudici prima di essere squalificato si è sedimentata nell’immaginario degli italiani e nella storia dei Giochi. In Storia dello sport in Italia Paul Dietschy e Stefano Pivato [2019, 64] la definiscono «una delle più famose fotografie dello sport».

Grazie a quella «gloriosa disfatta» [Dietschy, Pivato 2019, 64], Pietri può legittimamente essere considerato, molto più del lottatore Enrico Porro o del ginnasta Alberto Braglia che pure tornarono da Londra con una medaglia d’oro, il primo autentico eroe sportivo italiano. Secondo Sergio Giuntini [2017, 59] fu proprio grazie a quel drammatico arrivo che il 24 luglio 1908 «lo sport italiano diventò improvvisamente adulto, assunse i tratti dell’attuale spettacolare rito di massa, cominciò a rompere i suoi steccati di classe». Pietri infatti non solo incarnava alcune delle principali caratteristiche dell’eroe sportivo: «il coraggio, la fatica, lo spirito di sacrificio, la volontà di portare a compimento un impegno attingendo fino all’estremo delle forze» [Marchesini 2017, 84], ma realizzò la sua tragica impresa nel momento storico in cui intorno allo sport si stava affermando un circuito mediatico in cui accanto ai quotidiani, che moltiplicavano le loro edizioni speciali proprio per dare conto degli ultimi risultati, andavano assumendo un ruolo determinante le immagini. Basti pensare che, come riportò anche la stampa italiana, grazie al cinematografo, a Londra «un pubblico enorme ha assistito allo svolgersi dell’intera Maratona dal principio alla fine sulle lucidissime fotografie riprodotte dal bioscopio» [Marchesini 2017, 84].

Dorando Pietri era nato il 16 ottobre 1885 a Mandrio, frazione di Correggio da una famiglia di contadini che nel 1897 si trasferì a Carpi, dove il padre svolgeva l’attività di fruttivendolo. Dopo una serie di impieghi saltuari nei campi e nella lavorazione del truciolo, Pietri ottenne giovanissimo il suo primo vero lavoro come garzone di una pasticceria in centro città. Al podismo arrivò in modo tutto sommato casuale nel 1904, dimostrando le sue qualità di resistenza in una sfida con il professionista laziale Pericle Pagliani. Da quel momento in poi la sua carriera fu straordinaria; tra il 1904 e il 1911 in 121 competizioni ufficiali affrontate vinse 90 gare, incluse otto delle 17 maratone disputate [Carli 1973; Nora 1985; Giuntini 2004; Frasca 2007]. Quella londinese non fu la sua prima maratona olimpica, Pietri aveva partecipato ai Giochi intermedi di Atene nel 1906, dove si era ritirato al 25° chilometro, mentre era in testa. La gara del 1908, però, lo fece entrare nella leggenda. Fu soprattutto il suo drammatico ingresso nello stadio, nettamente in testa ma in condizione di semi-incoscienza, a creare una crescente empatia con il pubblico londinese che assistette con sincera preoccupazione ai suoi crolli e reagì con grande entusiasmo di fronte alla forza d’animo del minuto maratoneta che, seppur aiutato, riuscì a tagliare il traguardo per primo in due ore, 45 primi e 46 secondi. Anche se a seguito del ricorso americano Pietri venne squalificato per il supporto ricevuto e la vittoria andò a Hayes, non ci furono dubbi su chi fosse il vincitore morale. Non lo affermò solamente la stampa italiana. Lo certificarono anche le parole di Arthur Conan Doyle, il quale sul «Daily Mail» del 25 luglio 1908 scrisse a caldo: «Ci sono premi più alti di una corona d’olivo o di una medaglia. L’eccezionale prestazione dell’italiano non potrà mai essere cancellata dalla storia dello sport qualsiasi sarà la decisione dei giudici». Il celebre scrittore volle inoltre aprire una sottoscrizione pubblica, mentre la regina Alexandra omaggiò il coraggio del maratoneta italiano con una coppa d’argento. Considerando che all’epoca gli atleti che partecipavano alle Olimpiadi dovevano essere esclusivamente dilettanti, questi premi materiali risultarono particolarmente graditi al garzone emiliano.

Rientrato in patria, Pietri venne festeggiato in grande stile, specie nella sua Carpi dove diverse forze politiche cercarono di sfruttare a proprio vantaggio la sua popolarità [Giuntini 2017, 63-65]. La sua fama anche all’estero lo portò ad intraprendere la carriera da professionista. Dopo essersi preso la rivincita su Hayes in una maratona indoor corsa al Madison Square Garden di New York, dal novembre 1908 al maggio 1909 e dal dicembre 1909 al luglio 1910 fu impegnato in due lunghe e lucrose tournée nel continente americano. Il dopoguerra di Pietri, che fin dal 1921 aderì al fascismo, fu però tutt’altro che fortunato. I suoi investimenti si rivelarono sbagliati, fu costretto a lasciare Carpi e nel 1942 morì per una emorragia celebrale a Sanremo, dove lavorava come conducente.

Nel tempo le sue innumerevoli vittorie finirono nel dimenticatoio. Al contrario il suo mito e la memoria dei metri finali della maratona olimpica del 1908 lo resero immortale. Quell’epica sconfitta resta tutt’oggi un punto fermo della cultura popolare, italiana e non solo, e rivive continuamente in articoli, libri, fumetti, canzoni, e fiction.

Fig. 1. La statua di Dorando Pietri a Carpi [foto Luca Zironi].
Fig. 1. La statua di Dorando Pietri a Carpi [foto Luca Zironi].

2.2. La vittoria è di Dorando

Fra le diverse forme in cui sopravvive la memoria di Dorando Pietri c’è anche quella monumentale. Dal 2008 una statua si trova nella natia Correggio. L’opera dell’artista marchigiano Massimo Fraternali è stata collocata all’ingresso del campo di atletica di via Fazzano intitolato proprio al maratoneta [4]. Il monumento più celebre è però quello posto presso la rotonda di via Cattani a Carpi, inaugurato il 24 luglio 2008. La data scelta, ovvero a cento anni esatti dal giorno in cui il maratoneta spezzò stremato il filo di lana del traguardo del White City Stadium, non è certo casuale. La decisione di erigere la statua rientra, infatti, nel più ampio contesto delle celebrazioni indette dal Comune di Carpi, dalla Provincia di Modena e dalla Regione Emilia-Romagna per il centenario di quel memorabile evento, in occasione del quale era stata anche organizzata, presso il castello di Carpi, una mostra titolata Dorando Pietri tra mito e realtà, curata da Luciana Nora.

L’opera, intitolata La vittoria è di Dorando, è stata affidata all’atelier dello scultore di Rieti Bernardino Morsani a seguito di un concorso che aveva visto il suo progetto prevalere su altre 30 proposte [5].

Significativamente la commissione giudicante ha voluto premiare un progetto che non riproducesse l’iconico scatto in cui Pietri taglia il traguardo circondato dai giudici. L’opera del Morsani, un bronzo di oltre tre metri installato su un basamento di quattro metri, raffigura il maratoneta impegnato in una composta azione di corsa che non tradisce alcuno sforzo. In realtà un riferimento all’arrivo di Londra è presente in un mosaico posto su un lato del basamento, mentre sull’altro lato è raffigurato un gruppo di maratoneti. Si tratta però di un particolare secondario dell’opera il cui centro è rappresentato dalla figura bronzea di Pietri in una posa che potremmo definire classica. La principale peculiarità è data dal rosso dei pantaloncini che attrae immediatamente lo sguardo del visitatore.

Oltre all’assenza di sofferenza, il principale elemento dissonante fra la statua e l’immagine di Pietri sembra riguardare il suo fisico. Pur essendo dotato di un “motore” eccezionale, il corpo del corridore emiliano non aveva nulla di straordinario. I suoi 159 cm per 60 kg erano delle misure piuttosto comuni per l’epoca e il suo aspetto «rifletteva tutta l’arretrata ‘normalità’ economico-sociale del Paese» [Giuntini 2017, 60]. La statua però non esalta affatto questi limiti fisici. Anzi, per certi versi con la sua opera Morsani sembra quasi voler certificare l’avvenuta trasformazione del podista emiliano in un monumentale mito ormai radicato profondamente nella memoria collettiva degli italiani.

Resta l’interrogativo di come mai solamente col nuovo millennio si sia sentita la necessità di dedicare un monumento a Dorando Pietri. La coincidenza con il centenario della maratona olimpica di Londra è stata sicuramente un fattore decisivo, vista anche la creazione in città di un comitato per le celebrazioni di quell’anniversario. Se ciò non è avvenuto prima è però forse dovuto anche al fatto che a Carpi, città che aveva abbandonato a seguito dei suoi dissesti economici, Pietri aveva lasciato un ricordo divisivo. La sua morte, inoltre, era avvenuta durante la Seconda guerra mondiale e all’indomani della Liberazione celebrare uno sportivo che aveva aderito con convinzione al fascismo, e che aveva accompagnato in auto i responsabili di un’aggressione squadrista conclusasi con un omicidio, non costituiva certo una priorità. Nei primi anni del dopoguerra, al di là del fatto che allora non era prassi comune dedicare statue agli atleti, la figura di Pietri non era più quella condivisa degli anni precedenti alla Grande guerra. Il tempo ha però lenito le ferite e il centenario della maratona di Londra si è rivelata l’occasione perfetta per rilanciare il mito sportivo di Pietri, separandolo completamente dalle successive scelte politiche personali che ne avevano in parte offuscato la memoria nella sua città natale. Oggi Pietri è nuovamente tornato ad essere un simbolo cittadino condiviso al punto che di fronte a nuove ricerche che hanno evidenziato la sua precoce adesione al fascismo [Montella 2021] il presidente dell’Anpi provinciale ha difeso pubblicamente il monumento:

È stato edificato per ricordare la maratona di Londra, nel centenario. In quel momento è stato un eroe, che ha portato in alto i colori dell’Italia e il monumento indica quello. […] Piuttosto, quello che ci dà fastidio contro cui ci battiamo è la valorizzazione di personaggi collusi con il fascismo, come a San Cesario con Giovanni Repetto. O, a Pavullo, quando si cerca di mettere sullo stesso piano Armando Mario Ricci e Bruno Rivaroli [6].

2.3. La statua e il suo uso pubblico

Grazie alla sua maestosità, La vittoria è di Dorando non sfugge certo allo sguardo degli automobilisti che entrano a Carpi o escono dalla città, ma la sua posizione, nel mezzo di una rotonda, le impedisce di poter essere pienamente considerata un’attrazione turistica. InCarpi, il centro unico di promozione turistica della città, non cita la statua in nessuno dei principali itinerari proposti. Un ulteriore riscontro sembra arrivare dalla quantità (solo 12) e dalla qualità dei commenti dalla pagina di Tripadvisor dedicata al monumento. Le recensioni positive concordano nel definire il bronzo «davvero maestoso» (30 ottobre 2017) e «imponente» (5 gennaio 2019), mentre le voci più critiche riguardano il rosso dei pantaloncini e l’incapacità di emozionare. E sebbene qualcuno concordi sul fatto che la statua: «accoglie il turista in modo simpatico» (28 febbraio 2018) non mancano coloro che criticano la sua posizione: «L’avrei collocata in una piazza dandole maggiore dignità che uno semplice spartitraffico» (9 marzo 2019).

Indipendentemente dai giudizi soggettivi, nel tempo la statua di Dorando Pietri, oltre a rappresentare uno dei primi campioni della storia dello sport italiano, si è trasformata anche in un simbolo della città in cui è cresciuto e si è affermato come campione. Al punto che i tifosi del Carpi calcio hanno in diverse occasioni addobbato la statua con i colori biancorossi per festeggiare vittorie e promozioni [7]. Di conseguenza la statua di Pietri è diventata anche suo malgrado un simbolo di rivalità calcistica e campanilistica. E così, alla vigilia dell’incontro fra Carpi e Modena del 24 ottobre 2019 valido per il campionato di Serie C, in un blitz goliardico alcuni tifosi dei gialloblù hanno legato una bandiera della propria squadra intorno alla statua del maratoneta [8].

Infine, sempre a proposito di campanilismo, alla vigilia della sua collocazione era stato oggetto di discussione anche il posizionamento della statua. Secondo alcuni, infatti, Pietri avrebbe dovuto correre in direzione di Carpi e non di Modena [9].

3. Il monumento ad Ayrton Senna a Imola

3.1. Tributi a Senna, l’amato campione dall’anima in pena

Nativo di San Paolo in Brasile, Ayrton Senna da Silva rientra sicuramente tra le stelle più luminose dell’automobilismo moderno: vincitore di tre titoli mondiali di Formula 1 (1988, 1990 e 1991), nei 162 gran premi a cui ha preso parte ha conseguito 41 vittorie, per 80 volte è salito sul podio e in 65 casi ha conquistato la pole position. Senna ha rappresentato il prototipo del corridore completo, meticoloso nella preparazione fisica, abilissimo nella messa a punto dell’automobile e nelle strategie di gara, velocissimo in prova, nella guida sul bagnato e sui circuiti cittadini, tanto da tagliare per primo il traguardo del Gran premio di Monaco sul circuito di Monte Carlo per ben sei volte nel corso di una carriera contraddistinta da un’accesa rivalità con il francese Alain Prost [Zara 2019; Turrini 2021].

Al di là dell’aspetto sportivo, Senna si è contraddistinto anche per le numerose donazioni in favore dei bambini brasiliani disagiati, tanto che, dopo la sua scomparsa, la sorella ha voluto dare continuità alla beneficenza istituendo una fondazione intitolata al fratello impegnata in aiuti nell’ambito dell’educazione dei giovani più svantaggiati.

Il 1° maggio 1994, in seguito a un’uscita di pista ad alta velocità alla curva del Tamburello, nel corso del Gran premio di San Marino presso il circuito di Imola, Senna ha perso la vita all’età di 34 anni.

A dare la misura dell’affetto dei brasiliani nei suoi confronti basti pensare che in suo onore sono stati decretati tre giorni di lutto nazionale mentre si calcola che tra i due e i tre milioni di persone si siano accalcati ai bordi delle strade della capitale paulista per rendere omaggio al pilota scomparso al passaggio del corteo funebre. Si tratta probabilmente della più imponente cerimonia funebre della storia brasiliana, sottolineata da una salva di 21 colpi di cannone, conclusasi al cimitero di Morumbi. Ad indicare la sua tomba, divenuta immediatamente meta di pellegrinaggio, è stata collocata una semplice lapide recante la scritta «Nada pode me separar do amor de Deus» («Niente può separarmi dall’amore di Dio») a testimonianza della sua religiosità.

L’attaccamento del popolo brasiliano per gli idoli sportivi del paese non è sufficiente a spiegare la partecipazione e la commozione generale che si sono manifestate alla scomparsa del pilota. Si tenga presente che negli anni dei trionfi di Senna il Brasile, nonostante l’allentamento della dittatura militare, fatica a imboccare una via democratica e si trova alle prese con una crisi economica durissima che incrementa a dismisura le disuguaglianze che già contraddistinguono da tempo il paese.

Agli occhi dei connazionali, Ayrton Senna rappresenta l’altra faccia del Brasile, quella non solo presentabile ma anche vincente e ammirata dal mondo intero: una figura semplice e sobria, profondamente cattolica e generosa, capace di imporsi non attraverso la sopraffazione e il privilegio ma grazie alla caparbietà, al coraggio e ai meriti sportivi.

Se queste motivazioni possono, almeno parzialmente, spiegare l’amore di un intero popolo per il connazionale, non spiegano però l’affetto planetario che si è manifestato nei suoi confronti. Se in questo secondo caso occorre forse considerare soprattutto la grandezza sportiva del campione, nondimeno qualcosa della sua personalità ha saputo far breccia anche al di fuori del paese natale.

Come prevedibile, il mondo dei motori ha tributato numerosi omaggi al pilota: oltre alla scuderia con cui ha vinto tre titoli mondiali in Formula 1 che gli ha dedicato nel 2018 la supercar McLaren Senna, anche alcuni marchi motociclistici, come Ducati e MV Agusta, hanno voluto rendergli omaggio intitolandogli alcuni loro modelli.

Tributi sono però giunti anche da altri ambiti. In Brasile la nazionale di calcio ha voluto dedicargli la vittoria nei Mondiali del 1994, così come la scuola di samba di Rio de Janeiro Unidos da Tijuca ha incentrato il tema della sfilata durante il carnevale di Rio 2014 sul ricordo del campione vincendo la competizione tra le scuole in gara. Numerose sono le canzoni dedicate al pilota anche fuori dal Brasile: da Ayrton (1996) scritta da Paolo Montevecchi e interpretata da Lucio Dalla a Saudade (2011) di Chris Rea.

Tra i tanti omaggi al pilota, si possono ancora citare: il film Senna (2010) realizzato da Asif Kapadia, che ha ottenuto il British Academy Film Award al miglior documentario; la realizzazione del contenuto aggiuntivo scaricabile gratuitamente Ayrton Senna Tribute per il videogioco GT6 – Gran Turismo 6 (2013) sviluppato da Polyphony Digital e pubblicato da Sony Computer Entertainment per PlayStation 3 in cui compaiono alcune auto pilotate dal brasiliano su tracciati dell’epoca in cui ha effettivamente gareggiato; la messa in cantiere da parte di Netflix e del produttore cinematografico brasiliano Fabiano Gullane di una docuserie in otto parti dedicata a Senna con tanto di sostegno da parte della sorella del pilota che dovrebbe essere terminata entro il 2022.

3.2. Memorial Ayrton Senna al circuito di Imola

Tra i numerosi monumenti dedicati a Senna in tutto il mondo particolarmente significativo è quello collocato all’interno dell’Autodromo Enzo e Dino Ferrari di Imola nel parco delle Acque minerali, nei pressi della curva del Tamburello ove ha perso la vita, poi divenuto un luogo di pellegrinaggio per i suoi tifosi e, più in generale, per tutti gli appassionati di sport motoristici in cui vengono lasciati fiori, fotografie, disegni e bandiere.

Fig. 2. Monumento dedicato a Ayrton Senna a Imola [foto Mario Palpati e Alice90, Wikimedia Commons licenza Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo 3.0 e 4.0].
Fig. 2. Monumento dedicato a Ayrton Senna a Imola [foto Mario Palpati e Alice90, Wikimedia Commons licenza Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo 3.0 e 4.0].

Inaugurato il 26 aprile 1997, il monumento, realizzato dall’artista Stefano Pierotti, immortala il pilota brasiliano attraverso una statua di bronzo che lo riproduce a figura intera seduto a capo chino su un parallelepipedo del medesimo materiale che, oltre a fungere da basamento, riporta ai suoi lati raffigurazioni in rilievo del pilota, in scala minore rispetto alla statua principale. Sui diversi lati Senna è colto in un caso di spalle, quasi nell’atto di abbandonare mestamente la scena con il casco in mano “entrando” nel blocco metallico; su un altro lato si intersecano immagini diverse del pilota raffigurato sia nell’abitacolo della sua monoposto che, pensieroso, in un momento di pausa con il cappellino in testa; su un’altra facciata del basamento è invece visibile la sua auto nell’atto di affrontare una curva e il suo casco in primo piano. Sul basamento sono inoltre riprodotte alcune parole pronunciate da Senna: «Credo di essere molto lontano da una maniera di vivere che mi piacerebbe».

Fig. 3. Monumento dedicato a Ayrton Senna a Imola [foto Mario Palpati e Alice90, Wikimedia Commons licenza Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo 3.0 e 4.0].
Fig. 3. Monumento dedicato a Ayrton Senna a Imola [foto Mario Palpati e Alice90, Wikimedia Commons licenza Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo 3.0 e 4.0].

Palesemente il monumento, come del resto ha avuto modo di spiegare lo stesso scultore Stefano Pierotti, anziché rappresentare il campione in un momento di trionfo, si concentra sulla personalità tormentata e sull’approccio alla vita del pilota brasiliano:

Nessuno mi chiese di farlo quel monumento, nessuno me lo aveva commissionato. Fu una mia decisione: l’incidente di Senna, alla pari di molte altre persone, mi aveva colpito profondamente. Era un campione di infinita statura, forse il più grande di tutti, ma era stato l’aspetto umano a destare la mia curiosità: le sue parole, i suoi pensieri, quell’approccio con il mondo alla ricerca di un qualcosa che, alla fine, sfugge ad ognuno di noi [10].

3.3. Le reazioni dei tifosi al monumento imolese

A proposito delle modalità con cui il pubblico si rapporta al monumento collocato nel circuito di Imola, può essere utile passare in rassegna lo spazio che Tripadvisor vi dedica, pur tenendo in debita considerazione le logiche proprie dei commenti lasciati sulle piattaforme social. Nel periodo compreso tra l’ottobre del 2015 e il febbraio 2021 su tale spazio si contano più di un centinaio di recensioni in italiano, una trentina in inglese e una ventina in portoghese. I commenti al monumento, perlopiù maschili ma anche femminili, possono essere raggruppati secondo alcune tematiche ricorrenti.

Innanzitutto si può notare l’insistenza con cui si parla del monumento imolese come di un luogo di pellegrinaggio: «La statua è meta di un continuo pellegrinaggio di persone che vengono a rendere omaggio a questo pilota» (luglio 2019); «Il monumento dedicato ad Ayrton Senna è davvero rimasto negli anni un punto di pellegrinaggio per i suoi tifosi, davvero commovente» (2019); «io ci passo spesso, ogni volta un’emozione, ogni volta tanti messaggi lasciati da turisti e non di tutto il mondo» (febbraio 2018).

Diversi commenti fanno riferimento al pellegrinaggio degli appassionati in occasioni speciali o ripetuto nella ricorrenza della scomparsa del pilota: «Mi sono recato a visitarlo il giorno del 25° anniversario della morte» (maggio 2019); «A distanza di 25 anni il suo ricordo non è mai sbiadito» (maggio 2019); «Anche questo 1° maggio sono tornato a rendere omaggio ad Ayrton» (agosto 2017).

Numerosi sono i messaggi che mettono in evidenza la particolare collocazione del monumento a ridosso del luogo in cui il brasiliano ha perso la vita: «nel Parco delle Acque Minerali a pochi metri dalla rete che lo separa dal Tamburello, la curva che gli fu fatale» (novembre 2020); «Veramente emozionante trovarsi davanti agli occhi questo monumento immerso nel verde e situato proprio nel punto in cui il grande Senna ha finito le sue corse» (settembre 2019); «Stare lì, proprio in quella curva dove morì il grande Ayrton Senna, provoca una sensazione particolare, una emozione strana, un misto di gioia e tristezza insieme» (novembre 2017); «Vedere tutti i biglietti e bandiere appesi alla rete e scorgere il punto in cui si è chiusa la storia della Formula 1 commuove» (agosto 2016).

A proposito della collocazione del monumento alcuni commentatori la trovano troppo defilata e scarsamente segnalata: «la statua è situata in una zona un po’ nascosta e lontana dagli occhi dei turisti che visitano il circuito o la città di Imola» (settembre 2020); «Bisogna proprio cercarlo poiché le indicazioni sono veramente scarse» (aprile 2019); «Credo che dovrebbe essere posta in un luogo di maggior visibilità» (settembre 2020).

Circa la statua vera e propria, alcuni fan la ritengono poco somigliante al pilota: «ho stentato a riconoscere dalla statua la persona che raffigura. Non mi pare molto somigliante» (giugno 2020); «Il monumento in bronzo è bello però personalmente ritengo che non assomigli molto al pilota» (settembre 2018); «Certo la statua poteva essere più somigliante...» (settembre 2017).

La maggioranza dei commenti riguardano però l’espressione pensierosa e velata di tristezza con cui il monumento immortala Senna e la presenza di omaggi e ricordi lasciati dai fan a ridosso dell’opera. Numerosi commentatori condividono la scelta dello scultore di rappresentare il pilota a capo chino e malinconico: «seduto con le spalle abbassate e lo sguardo che traspare un [senso] di tristezza... è lui Ayrton, il Senna che tutti ricordiamo» (maggio 2019); «lo scultore ha sintetizzato abbastanza bene il tutto... e meno male che ha usato un linguaggio figurativo ben comprensibile, e la tristezza è un sentimento ben indotto da questa scultura (novembre 2017); «bel tributo e magnifica l’espressione triste e riflessiva della statua» (settembre 2017); «Il monumento in sé esprime la tristezza, la malinconia del campione, l’espressione del suo volto è davvero commovente, toccante» (agosto 2017); «Il monumento è piccolo e non esprime la grandezza del campione, ma coglie la sua saudade» (agosto 2017); «La cosa migliore è l’aver saputo rendere nello sguardo della statua il velo di tristezza che permeava sempre il volto di Ayrton» (febbraio 2017); «Lo sguardo un po’ triste un po’ malinconico di Ayrton riassume perfettamente la sua personalità» (febbraio 2017); «Il carattere introverso, triste e pensieroso che ha caratterizzato la sua vita, viene reso immortale dall’artista, in una posa che esprime grandezza e semplicità allo stesso tempo» (novembre 2015); «lo rappresenta con grande umanità» (agosto 2017); «Nella sua incredibile semplicità, ricorda uno dei campioni più grandi di sempre. Un uomo vero, fuori e dentro la pista» (maggio 2017).

I più dichiarano dunque di riconoscersi nella scelta della rappresentazione dimessa del campione scomparso, qualcuno apprezza anche il fatto che «questa statua non ritragga Senna a braccia alzate, ma lo raffiguri pensieroso come a celebrare l’uomo, e non il campione, il vincitore» (dicembre 2018), qualcuno dichiara invece che avrebbe preferito una statua con il pilota in un momento di trionfo: «Bella la statua in ricordo di un grande sportivo come Senna anche se io l’avrei scolpita con lui in uno dei suoi innumerevoli momenti di gloria invece di seduto a testa bassa» (gennaio 2016). C’è anche chi ha ravvisato nel tono dimesso del pilota con cui la statua lo raffigura una sorta di presagio della tragica fine: «il monumento rappresenta un campione triste come se avesse presagio di un destino infausto» (novembre 2018); «Un monumento che ritrae il campione pensieroso, quasi triste come se presagisse che il suo destino stava per compiersi» (ottobre 2018).

In assoluto la maggior parte dei commentatori si sofferma sulla presenza attorno al monumento di numerosi omaggi lasciati dai fan esplicitando come, forse ancor più che il monumento bronzeo in sé, sia questa presenza a rendere particolarmente toccante il luogo e vivo il ricordo dello scomparso: «vi sono bandiere e messaggi dei tifosi da tutto il mondo che ancora adesso fanno visita al monumento... nonostante sia passato ormai tanto tempo ci sono sempre fiori freschi» (novembre 2020); «lo ricordano tanti sostenitori con bandiere e tanti oggetti appesi alla rete vicino al monumento» (gennaio 2020); «Incredibili le bandiere e i messaggi dopo oltre 25 anni da quel tragico giorno» (dicembre 2019); «mi sono fermato per qualche minuto in silenzio ammirando le miriadi di magliette e souvenir che la gente ha lasciato» (ottobre 2019); «La coreografia e il calore espressi da maglie, drappi, targhe e striscioni provenienti da tutto il mondo e attaccati alla rete divisoria del circuito è unica al mondo» (maggio 2019); «Luogo pieno di Pathos. Non tanto per la statua (bruttina) quanto per i ricordi dei fan» (aprile 2019); «incredibile come questo posto riesca ad emozionarti... Tutte le bandiere... gli striscioni... i fiori... da tutti gli angoli del mondo... fanno capire che emozioni ha lasciato negli appassionati questo grande pilota» (marzo 2019); «Quello che mi ha emozionato di più oltre alla statua del compianto campione, sono le numerose testimonianze d’affetto dei tifosi passati di lì, che hanno lasciato bandiere e messaggi» (novembre 2017); «A distanza di anni il ricordo di questo grande campione è vivo in migliaia di persone e ciò si capisce dai numerosi messaggi fiori bandiere che circondano il luogo dove il monumento è posto» (agosto 2017).

Sembra palesarsi come siano spesso le installazioni spontanee dei fan – a volte sfruttando uno spazio celebrativo ufficiale, altre agendo autonomamente consacrando al ricordo un luogo – a creare monumenti emotivamente forti che possono tanto avvalersi della presenza monumentale quanto metterla in sordina o sostituirsi a essa. Si tratta evidentemente di una sorta di (anti)monumentalità effimera, che si rinnova costantemente e del tutto dipendente dal ricordo reale che sopravvive nei tifosi che, intervenendo con le loro piccole testimonianze, se lo trasmettono vicendevolmente. Un’inversione nella quale, per certi versi, anziché essere il monumento a pretendere di trasmettere la memoria è quest’ultima a strutturarsi in monumento, per quanto effimero e in costante trasformazione.

4. I monumenti a Marco Pantani

4.1. Nella terra del Pirata. Il monumento di Cesenatico

Negli anni d’oro della sua carriera Marco Pantani aveva riproposto l’immagine eroica del ciclista antico, legata alla fatica e al coraggio, alla volontà di portare a compimento un impegno attingendo fino all’estremo delle forze. Refrattario alle tattiche, imprevedibile, era capace di illuminare improvvisamente una gara con i suoi scatti sulle montagne del Giro d’Italia o del Tour de France [Ronchi e Josti 2005; Pastonesi 2014].

La collocazione e le scelte stilistiche di diversi monumenti dedicati a Pantani, posti sulle salite che lo hanno reso celebre [11], rimandano a questa dimensione epica del ciclismo, celebrano il sacrificio e lo sforzo, esprimono la tensione del gesto in salita, il terreno di corsa prediletto dal corridore romagnolo.

Altri monumenti si trovano in Romagna. Pantani è sempre rimasto legato alla sua terra e in particolare a Cesenatico dove era cresciuto e aveva iniziato a correre in bicicletta. Come ricorda Andrea Agostini – amico di Pantani, da ragazzo compagno di squadra nella squadra Fausto Coppi di Cesenatico, poi suo addetto stampa alla Mercatone Uno – la cittadina romagnola significava «elementari e medie», «la prima squadra», «il dialetto», «fare una vasca a piedi lungo il Porto Canale», «il porto e i pescatori», «il mare» [Pastonesi 2014, 21].

Quando si allenava, Pantani partiva da Cesenatico alla ricerca di pendenze adeguate alla sua propensione per le salite.

Una di queste è l’impegnativa salita di Montevecchio. Per commemorare il campione, sull’ascesa è stato installato un grande masso con un’effigie di Pantani che è diventata meta di pellegrinaggio per molti cicloamatori [12].

Ricca di memorie che richiamano Pantani è anche la salita di Carpegna nelle Marche. Ad una sessantina di chilometri da Cesenatico, questo percorso con una pendenza media del 10% era abitualmente frequentato in allenamento dal Pirata che lo considerava più utile delle salite alpine per preparare le grandi corse a tappe. Al Cippo di Carpegna una lastra gialla fa da sfondo ad una scultura realizzata con una serie di fili di ferro intrecciati fino a comporre l’immagine del corridore:

Quei fili non tessono la pelle, e non compongono neanche le ossa. Quei fili rappresentano solo i nervi. Quella tensione, quella elettricità, quella essenzialità, quella riduzione ai minimi termini che le salite impongono e valorizzano. Di una magnifica drammaticità. Un uomo mangiato dallo sforzo, divorato dalla salita. Un’immagine più che crudele, cruda [Pastonesi 2014, 14].

Poco oltre, al termine della salita, in un triangolo tricolore, spicca una gigantografia di Pantani, «tutto in rosa, senza berretto, con il braccio destro levato, la mano alta, l’indice proteso. E la scritta: MONTE CARPEGNA: QUESTO È IL CIELO DEL PIRATA» [Pastonesi 2014, 15].

Il più significativo, e controverso, monumento dedicato al Pirata nella sua terra è quello di Cesenatico.

All’indomani della morte di Pantani l’amministrazione comunale di Cesenatico bandì un concorso per realizzare una statua dedicata alla sua memoria da collocare in piazza Marconi, nei pressi del lungomare. Dopo avere selezionato otto finalisti tra 71 lavori proposti, la giuria nominata dal Comune scelse il progetto di Emanuela Pierantozzi, campionessa bolognese di judo [13] e scultrice. Il 19 novembre 2004 il sindaco di Cesenatico Damiano Zoffoli, insieme alla famiglia di Pantani, annunciò il nome della vincitrice alla quale andarono i 40.000 euro messi in palio per la realizzazione dell’opera, la cui inaugurazione era prevista per il 14 febbraio 2005, primo anniversario della morte del ciclista.

Nei mesi successivi l’inaugurazione fu prima rinviata per problemi tecnici dovuti alla fusione del bronzo della statua e poi ostacolata dalla Prefettura di Forlì-Cesena in base alla legge n. 1.188 del 23 giugno 1927 sulla Toponomastica stradale e monumenti a personaggi contemporanei.

Secondo la norma varata in epoca fascista, «nessuna denominazione» può essere attribuita «a nuove strade e piazze pubbliche senza la autorizzazione del Prefetto» e «nessun monumento, lapide o altro ricordo permanente» può «essere dedicato in luogo pubblico od aperto al pubblico, a persone» che non siano «decedute da almeno dieci anni», salvo «monumenti, lapidi o ricordi situati nei cimiteri», «dedicati nelle chiese a dignitari ecclesiastici od a benefattori» o «a caduti di guerra o per la causa nazionale». La legge dà inoltre facoltà «al Ministero per l’Interno di consentire la deroga alle suindicate disposizioni in casi eccezionali, quando si tratti di persone che abbiano benemeritato della nazione».

Applicando rigidamente questa normativa, nell’aprile del 2005 il prefetto Salvatore Montanari comunicò all’amministrazione comunale che non si ravvisava «il “carattere di urgenza”, condizione indispensabile per autorizzare la deroga al divieto di intitolare strade o inaugurare monumenti a persone scomparse da meno di dieci anni» [14].

Secondo il prefetto, Pantani non era un esempio “illuminante”:

Per rientrare nella deroga della legge, a parte i caduti di guerra o per causa nazionale, ci vogliono elementi di eccezionalità, esempi illuminanti. Ne faccio uno: Annalena Tonelli, la missionaria forlivese assassinata in Somalia. Occorre cioè la presenza di valori universalmente riconosciuti. Posso capire l’entusiasmo di alcune persone, ma io sono soltanto un funzionario dello Stato che deve rispettare la legge. Faccio riferimento a valori universalmente condivisi e lo sport può pure non esserlo. E anche riguardo ai successi sportivi, alcuni furono contestati dalle stesse autorità sportive: non lo dico io, lo disse l’Unione ciclistica internazionale. Ci sono verdetti storici [15].

Fig. 4. Fig. 4. Il monumento dedicato a Marco Pantani a Cesenatico [foto Propoli87, Wikimedia Commons licenza Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo 4.0].
Fig. 4. Fig. 4. Il monumento dedicato a Marco Pantani a Cesenatico [foto Propoli87, Wikimedia Commons licenza Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo 4.0].

Il padre di Pantani rilasciò una dichiarazione alla stampa nella quale esprimeva il «dolore» e «l’amarezza» della famiglia:

È un provvedimento senza logica in nome di una legge vecchissima. Continua un accanimento ingiustificato nei confronti di Marco. Da quando mio figlio non c’è più, io sono andato in diverse località d’Italia per iniziative in suo onore. Tutti lo ricordano con affetto per il campione che è stato. Invece proprio qui, dove è nato, succede questa vergogna [16].

La decisione del prefetto era un segno della diffidenza nei confronti di un personaggio pubblico che aveva “macchiato” la sua immagine. Alla mitizzazione del campione amato dalle folle degli sportivi veniva contrapposta la rappresentazione negativa dell’atleta e dell’uomo che con la sua condotta – il ricorso al doping e poi l’uso privato di stupefacenti [17] – costituiva un modello eticamente inaccettabile, in campo sportivo ed extrasportivo. Perciò, a ridosso della sua morte e delle polemiche che ne erano seguite, la figura di Pantani non si prestava a divenire un simbolo condiviso dello sport nazionale.

Un caso analogo a quello di Cesena si era verificato poco prima a Terracina dove, su proposta di un gruppo di appassionati, l’amministrazione locale aveva approvato l’intitolazione di una strada a Pantani. Il prefetto di Latina era intervenuto per bloccare il provvedimento, sempre richiamandosi alla legge del 1927. Il capo di gabinetto della Prefettura si era espresso in questi termini: «parlare di Pantani è come parlare di Maradona, si deve distinguere tra l’atleta e l’uomo, sappiamo che l’opinione pubblica è divisa, pure in Romagna ci sono polemiche attorno alla sua figura» [18].

Il 28 maggio 2005 l’amministrazione comunale di Cesenatico decise di installare il monumento in piazza Marconi, senza intitolarlo a Pantani, in ossequio alle disposizioni della Prefettura.

La statua in bronzo alta tre metri rappresenta Pantani che avanza in salita, con la ruota anteriore sospesa nel vuoto. Come base è stilizzato in granito rosa lo scafo di una barca da cui il ciclista sembra «salpare verso il cielo» come un «Pirata coraggioso e spavaldo» [19]. Da allora, l’opera «è meta di visitatori e tifosi, molti dei quali, specie nei giorni delle ricorrenze della nascita e della morte del campione, portano un fiore, una lettera o un pensiero» [20].

Solo in occasione del decennale della morte di Pantani, secondo i termini di legge, il monumento è stato ufficialmente inaugurato con una targa che recita: «A ricordo del Pirata Marco Pantani grande campione di ciclismo che con le sue indimenticabili imprese al Giro d’Italia e al Tour de France ha fatto sognare milioni di tifosi. La sua città gli dedica questo monumento. Cesenatico, 14 febbraio 2014».

4.2. La biglia del campione

Nel 1997 Pantani fu ingaggiato dalla squadra sponsorizzata da Mercatone Uno, l’azienda fondata nel 1975 a Imola da Romano Cenni e divenuta tra gli anni Ottanta e Novanta una delle principali catene di grandi magazzini della rete commerciale italiana. Cenni scommise sulla rinascita del ciclista, reduce da un anno difficile, dedicato al recupero della condizione in seguito ad un gravissimo incidente. Dopo alcune buone prestazioni nella stagione 1997, l’anno successivo Pantani riuscì nell’impresa di vincere il Giro e il Tour.

«Noi, come Mercatone Uno – dichiarò Cenni dopo la morte del Pirata – dobbiamo moltissimo a Pantani, il nostro successo è stato merito suo, i 4.500 dipendenti e i 92 punti vendita di oggi non ci sarebbero se lui non avesse appiattito il Mortirolo e spianato il Ventoux» [21].

Fig. 5. La biglia di Marco Pantani lungo l’autostrada A14 a Imola [Wikimedia Commons licenza Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo 2.0].
Fig. 5. La biglia di Marco Pantani lungo l’autostrada A14 a Imola [Wikimedia Commons licenza Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo 2.0].

Nel 2004 l’azienda promosse un concorso per realizzare un monumento dedicato al campione, vinto dall’artista ravennate Alessandra Andrini. L’opera venne inaugurata a Imola il 3 settembre 2005: una grande biglia in plexigass – quattro metri di diametro, con l’immagine fotografica di Pantani in maglia rosa, curvo sul manubrio, l’espressione tesa e concentrata – installata nello spazio antistante la sede dell’azienda, a ridosso dell’autostrada adriatica. Collocare il monumento nei pressi dell’A14 significava dare grande visibilità al monumento e fare correre idealmente la biglia lungo il nastro d’asfalto che porta alla riviera romagnola.

L’opera «conserva le caratteristiche del monumento, ma le declina in un linguaggio contemporaneo, capace di trasmettere il ricordo del grande ciclista in modo antiretorico» [22]. In questo caso l’artista non ricorre al registro epico, ma evoca un’idea di leggerezza, di semplicità e spontaneità, ispirandosi al gioco delle biglie, diffuso tra gli anni Sessanta e Settanta quando il turismo era diventato un fenomeno di massa e sulle spiagge italiane bambini e ragazzi si sfidavano sulle piste tracciate nella sabbia con le biglie che contenevano le immagini dei ciclisti.

Nel 2015 Mercatone Uno, reduce da un periodo di crisi segnato dal crollo del fatturato e dall’accumulo di debiti per 400 milioni di euro, fu commissariato. L’amministrazione straordinaria pubblicò due bandi di vendita dei negozi del gruppo, che rimasero senza offerta. Nel 2017 ex esponenti aziendali – tra i quali Romano Cenni – furono indagati dalla Procura di Bologna per bancarotta fraudolenta. L’anno successivo una parte dei punti vendita venne acquistata dalla Shernon Holding. L’acquisizione si rivelò una spregiudicata operazione speculativa, la nuova società accumulò altri debiti e nel maggio del 2019 fallì. I punti vendita chiusero e i lavoratori furono messi in cassa integrazione.

Nel fallimento della Mercatone Uno vennero coinvolti anche alcuni cimeli di Pantani e la biglia di Imola, oggetti posseduti dalla famiglia Cenni.

Temendo che potessero finire all’asta, nell’aprile del 2019 il sindaco di Cesenatico Matteo Gozzoli chiese un incontro con i commissari straordinari per verificare la possibilità di trasferire i beni a Cesenatico, compresa la biglia:

Ritengo doveroso interessarmi e informare i cittadini, sull’evolversi di una questione che riguarda il nostro campione. Così ho contattato i commissari straordinari della Mercatone Uno per un incontro istituzionale, nell’ambito del quale approfondire la situazione e capire se ci sono le condizioni affinché quegli oggetti possano essere trasferiti a Cesenatico, dove c’è già un importante museo dedicato a Pantani, gestito dalla famiglia. Capisco che si tratta di una situazione complessa e delicata, ma dobbiamo provarci. Molti cittadini e tifosi mi hanno espresso preoccupazione per la possibilità che i ricordi di Marco possano finire lontano. Un altro sogno mio e di tanti appassionati è quello di poter avere la biglia gigante. In tal senso il Comune potrebbe coordinare imprese e associazioni, per far sì che, in caso di vendita, la biglia arrivi a Cesenatico [23].

All’iniziativa del sindaco romagnolo rispose la prima cittadina di Imola, Manuela Sangiorgi, che considerava la biglia, divenuta meta di turisti e tifosi di Pantani, «un elemento distintivo della città»:

Le gesta di Marco Pantani si intersecano con numerose pagine della storia sportiva ed imprenditoriale della nostra città e del comprensorio, tanto da alimentarne costantemente uno splendido ricordo. La biglia gigante, voluta fortemente dall’indimenticato patron del gruppo Mercatone Uno Romano Cenni, è ormai da anni un elemento distintivo della nostra città e sarà mia premura salvaguardarne la sua collocazione e cura all’interno del nostro territorio [24].

La disputa campanilistica sulla biglia si risolse in un nulla di fatto perché i commissari straordinari chiarirono che l’opera non era di proprietà di Mercatone Uno ma di un’altra società controllata dalla famiglia Cenni [25].

Il 15 ottobre 2020 la dodicesima tappa del Giro d’Italia ha celebrato Pantani attraverso un circuito con partenza e arrivo a Cesenatico. Prima della partenza, in piazza Andrea Costa il sindaco Matteo Gozzoli, alla presenza dei genitori di Pantani, ha inaugurato due biglie del diametro di 1,70 metri, una rosa e una gialla, in ricordo della doppia vittoria al Giro e al Tour nel 1998 [26]. Le biglie sono state donate alla città da Cicloevento, fiera internazionale del ciclismo, Confartigianato e Confesercenti. L’opera è stata realizzata pensando al passaggio del Giro, ma rimarrà nella piazza in memoria di Marco Pantani e come «simbolo del ciclismo di Cesenatico» [27].

5. Riflessioni conclusive

I casi di studio analizzati stimolano alcune riflessioni sulle caratteristiche e sul significato dei monumenti dedicati a figure dello sport. Se risultano pochi i monumenti e le statue eretti negli ultimi decenni in onore di singoli individui, ciò è anche dovuto alla loro inattualità; si tratta di un modello estetico e culturale inadatto a una società frammentata come l’attuale in cui è difficile individuare simboli condivisi. Paradossalmente però nella dimensione sportiva, come dimostra anche il caso dell’Emilia-Romagna, sono cresciuti significativamente i monumenti dedicati ad atleti. Quello sportivo sembra infatti essere uno dei pochi fenomeni che si presta alla celebrazione della singolarità forse proprio per la sua capacità di proporre simboli dotati di un grado di condivisione maggiore rispetto ad altri ambiti.

Un elemento che accomuna i casi studiati è la dimensione eroica. Per diventare un eroe dello sport, non basta essere considerati campioni in base all’eccellenza delle prestazioni. Grandi protagonisti dello sport pur accumulando vittorie e medaglie si sono fermati prima della soglia che si apre allo spazio dell’eroismo sportivo. Oltre ad essere campioni, gli eroi sportivi assumono una rilevanza che esula dall’originario settore di appartenenza, entrano nella memoria collettiva, ispirano ideali e rispecchiano aspettative e valori.

Nei casi analizzati, la trasfigurazione eroica è alimentata anche dalla tragicità delle vicende degli atleti e dal tema della morte. La morte “simbolica” di Dorando Pietri che con l’impresa londinese «rivela al mondo l’uomo disposto a rischiare tutto, anche la vita, per un obiettivo ritenuto degno del supremo sacrifico di sé» [Marchesini 2016, 85] (non a caso, a gara appena conclusa, si sparge la voce che l’italiano sia morto) e che nel contempo in seguito alla squalifica perde il gusto della vittoria; la morte precoce che contribuisce ad eternizzare la grandezza dell’eroe. Quest’ultima è evidente negli sport motoristici, in cui il rischio è più presente, come nel caso di Senna, o nella vicenda di un campione del ciclismo come Pantani, la cui drammatica scomparsa ha alimentato polemiche che non hanno offuscato agli occhi dei tifosi la sua immagine, mostrandone la fragilità umana e aiutando a «fissarne la grandezza nella tragedia, se è vero che “muor giovane colui ch’al cielo è caro”» [Marchesini 2016, 136].

Se nei tre casi analizzati la santificazione della morte avviene in modo tradizionale per mezzo del monumento, va comunque sottolineato come a partire dagli ultimi decenni del Novecento, nell’ambito di un radicale ripensamento del monumento sia dal punto di vista formale che di ciò che vuole “far ricordare”, ha preso piede l’idea di sostituire l’esigenza di una visibilità invadente con una tendenza all’invisibilità: ai modelli figurativi si sostituiscono spesso forme astratte collocate in un fuori registro temporale, ai materiali che esibiscono imponenza e durata si preferiscono materiali leggeri ed effimeri, mentre le nette delimitazioni spaziali che separano il monumento dalla realtà quotidiana si dissolvono [Pinotti 2014].

Restando in Emilia-Romagna possiamo fare l’esempio del monumento-installazione a Marco Simoncelli allestito nel 2012, a due anni dalla sua tragica scomparsa, a Coriano, nel Riminese, località in cui è cresciuto il pilota, campione del mondo della classe 250 nel 2008, che ha perso la vita a soli 24 anni durante il Gran premio della Malesia, sul circuito di Sepang, il 23 ottobre 2011. In questo caso l’opera intende innescare il ricordo del campione palesandone l’assenza. Si tratta di una installazione, intitolata Ogni domenica, commissionata all’artista Arcangelo Sassolino da uno sponsor tecnico del pilota (Dainese) e donata alla città, collocata in un’area acquistata appositamente dal Comune, consistente in un tubo, che evoca tanto la bocca di un cannone quanto lo scarico di una moto, che ogni domenica, all’imbrunire, puntualmente, al medesimo orario, si attiva sprigionando una lunga fiamma che resta accesa per 58 secondi, come il numero con cui gareggiava il pilota.

Vi sono poi forme particolari di “monumento performativo” nate direttamente tra i fan del campione sportivo che costruiscono la celebrazione e il ricordo sull’invisibilità dello scomparso. È il caso del particolare tipo di ricordo che quotidianamente, nel suo locale di Misano Adriatico, la pizzeria Hochey, il proprietario, fan e amico dello scomparso pilota motociclistico Marco Simoncelli, mette in scena. A partire dal 2012, ogni sera, alla stessa ora, all’interno del locale viene acceso il motore di una motocicletta con la livrea di quella guidata dal pilota nel 2011 diffondendo il rombo per quasi un minuto tra la commozione dei presenti. In questo caso il monumento, più che la moto vera e propria esposta all’interno del locale insieme ad altri oggetti di scena appartenuti a Simoncelli, che compongono una sorta di sacrario, è costituito dal rito dell’accensione del mezzo, dal fragore che viene fatto risuonare nella sala insieme al diffondersi dell’odore di carburante bruciato. Si tratta di una vera e propria esperienza plurisensoriale, capace di produrre un’evocazione immateriale, sorta dalla spontaneità dei fan e forse proprio per questo capace di toccare emotivamente gli appassionati di motociclismo più profondamente rispetto ad altri monumenti commissionati e progettati a tavolino.

Un ultimo elemento comune alle opere prese in esame è la declinazione al maschile della figura sportiva da ricordare, probabile conseguenza del tardivo riconoscimento dato dalla società italiana allo sport femminile. Tuttavia, si segnala nel territorio emiliano-romagnolo la presenza di una statua dedicata a una campionessa che ha avuto il merito di conquistare la prima medaglia d’oro femminile alle Olimpiadi per l’Italia: Ondina Valla. L’ostacolista, questo il nome dell’opera dedicata alla velocista felsinea, va però considerata un’eccezione in quanto venne prodotta nel 1938 dal fratello scultore Rito Valla. Oggi è collocata all’ingresso dello stabilimento della Carpigiani, una ditta che si occupa di produzione di macchine per il gelato, ad Anzola Emilia.

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    Furio Zara, L’ultima curva. Ayrton Senna: la malinconia del predestinato, Milano, Baldini & Castoldi, 2019.

Note

1. http://offbeat.group.shef.ac.uk/statues/.

2. https:/https://www.firenzeviola.it/amarcord/una-statua-per-batistuta-145195.

3. Il paragrafo su Dorando Pietri è da attribuire a Nicola Sbetti, quello su Ayrton Senna a Gioacchino Toni, quello dedicato a Marco Pantani ad Alberto Molinari. Introduzione e conclusione sono invece frutto di un lavoro comune.

4. All’anello di atletica una statua per Dorando Pietri, Comune di Correggio 12 maggio 2008, https://www.comune.correggio.re.it/allanello-di-atletica-una-statua-per-dorando-pietri/.

5. Inaugurato il monumento a Pietri, Federazione italiana atletica leggera, http://www.fidal.it/content/Inaugurato-il-monumento-a-Pietri/46672.

6. L’Anpi interviene sul Dorando squadrista, in «Voce», 28 agosto 2021, https://www.voce.it/it/articolo/1/attualita/lanpi-interviene-sul-dorando-squadrista-da-cantante-a-cameriera-causa-covid-.

7. La bandiera del Carpi dal monumento di Dorando Pietri a Palazzo Pio, in «Modena Today», 30 maggio 2017, https://www.modenatoday.it/cronaca/bandiera-carpi-statua-municipio-30-maggio-2017.html.

8. Goliardia pre-derby a Carpi, Dorando Pietri in gialloblu, in «Modena Today», 24 ottobre 2019, https://www.modenatoday.it/sport/bandiera-modena-statua-dorando-pietri-derby-24-ottobre-2019.html.

9. Grande, commovente Dorando una sconfitta che va festeggiata, in «La Repubblica», 15 febbraio 2008, https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2008/02/15/grande-commovente-dorando-una-sconfitta-che-va.html.

10. L. B., Quel monumento a Senna che continua a richiamare migliaia di persone, in «Il Tirreno – Versilia», 3 maggio 2019.

11. Sul Mortirolo (M. Pastonesi, Pantani ritorna sul suo Mortirolo. Ecco il monumento voluto dai corridori, in «La Gazzetta dello Sport», 1 maggio 2006); all’inizio della salita verso il santuario di Oropa (Inaugurata la scultura Uomo-Bike all’inizio della salita per Oropa, «La Provincia di Biella», 22 marzo 2019); sul Colle di Fauniera (Ciclismo, Pantani: monumento a lui dedicato sul Fauniera, 3 ottobre 2004, https://sport.repubblica.it/news/sport/ciclismo-pantani-monumento-lui-dedicato-sul-fauniera/457394); sul Col du Galibier.

12. L’installazione è stata promossa nel 2005 dal Club Marco Pantani di Borello, una frazione di Cesena. All’inizio del 2020 l’immagine di Pantani è stata «sfregiata da alcuni vandali» con una «scritta ingiuriosa». Le cronache giornalistiche non riportano i termini degli insulti a Pantani e non sono quindi chiare le motivazioni degli autori del gesto. Le scritte sono state subito rimosse: L. Gialanella, Sfregiato il monumento dedicato a Pantani: scritta con lo spray e poi rimossa, «La Gazzetta dello Sport», 16 gennaio 2020.

13. Vincitrice del titolo mondiale nel 1989 e nel 1992, dell’argento alle Olimpiadi di Barcellona nel 1992 e del bronzo in quelle di Sidney 2000.

14. Cesenatico, no del Prefetto a monumento per Pantani, in «Romagna oggi», 28 aprile 2005.

15. Cesenatico, Niente monumento per il Pirata, in «La Gazzetta di Reggio», 29 aprile 2005.

16. L. Coen, Pantani, niente statua. Troppi dubbi su di lui, in «La Repubblica», 29 aprile 2005.

17. Il 5 giugno 1999 a Madonna di Campiglio, quando sta per iniziare la penultima tappa del Giro d’Italia, Pantani è in maglia rosa e dato come favorito per la vittoria finale. Prima della partenza viene però escluso dalla corsa in seguito ai controlli antidoping che rilevano un valore di ematocrito superiore al limite consentito. Negli anni successivi prova a rientrare nel circuito ciclistico ma dal trauma di Campiglio, che lo ha segnato profondamente, non si riprenderà più. Pantani si sente vittima di un’ingiustizia. Si isola, assume droghe, cade in depressione. Il 14 febbraio 2004 viene trovato senza vita nel residence Le Rose di Rimini. Secondo l’autopsia, la morte è dovuta all’assunzione di cocaina e psicofarmaci antidepressivi. La vicenda di Campiglio e le circostanze della morte di Pantani sono ancora oggi controverse.

18. L. Coen, Pantani, niente statua, cit.

19. Il monumento a Pantani firmato da una judoka, in «La Gazzetta di Reggio», 20 novembre 2004.

20. Cesenatico, partita la richiesta per intitolare il monumento a Pantani, in «Il Resto del Carlino», edizione di Cesena, 16 gennaio 2014.

21. M. Pastonesi, Pantani, quanto amore dentro una biglia, in «La Gazzetta dello Sport», 3 settembre 2005.

22. https://luoghidelcontemporaneo.beniculturali.it/biglia,-a14-km-50-.

23. Cesenatico, il sindaco alla Mercatone Uno: “Date a noi i trofei di Pantani”, in «Il Resto del Carlino», edizione di Cesena, 2 aprile 2019.

24. Pantani, la maxi-biglia all’asta? È sfida tra i comuni di Imola e di Cesenatico, in «La Gazzetta dello Sport», 5 aprile 2019.

25. Biglia Pantani, “La vicenda non rientra nel fallimento della Mercatone Uno”, in «Il Resto del Carlino», edizione di Cesena, 13 aprile 2019.

26. Due biglie giganti per ricordare Pantani: c’è Marco in maglia rosa e gialla, in «La Gazzetta dello Sport», 13 ottobre 2020.

27. Cesenatico, inaugurate maxi biglie con Pantani e bici nella rotonda, in «Corriere di Romagna», 13 ottobre 2020.